Ragazzo1: ok alle kodak però strappi il rullino, a loro cosa facciamo, strappiamo le ovaie?
Ragazzo 2: ahahah no, pensavo più a divertirti e quando ti sei scocciato le lasci legate al guardrail sull’A4, cose del genere
Ragazzo 1: beh ma così non c’è gusto…meglio farlo a sorpresa..”amore ti porto a Como” e dopo 20 km apri la portiera in corsa, lasci l’acceleratore per darle un calcio laterale e farla andare in terza corsia… in fondo a loro sono sempre piaciute le sorprese.
Ragazza: i tipi sono usa e getta, come i fazzoletti
Ragazzo 1: ahahahahah sto male! Alla ragazza: ahaha siete brave in questo
Ragazza: anche voi siete molto bravi…ci compensiamo a vicenda
Ragazzo 1: eh ma voi lo fate con “classe”, siete attrici hollywoodiane!
Ragazzo 2: la donna è opportunista!
Questo dialogo, che mi è capitato di leggere su Facebook, non è l’invenzione di qualche autore di crime fiction, ma è fin troppo reale, ne ho salvato lo screenshot e ho ottenuto dagli autori il permesso di utilizzarlo, nell’anonimato.
Gli autori sono quelli che chiameremmo ragazzi normali, dai quali l’unico comportamento deviante prevedibile è forse un’infrazione per eccesso di velocità. La ragione per cui cito quello che è uno degli esempi di violenza verbale nel denso magma di odio che circola sul web, e fuori, è proprio per focalizzare l’attenzione su 2 aspetti:
Il primo aspetto è l’enormità del fenomeno, che va dalle battute misogine da cortile di liceo, ai post lividi di odio dei blog, dalla propaganda martellante di certe sospette associazioni di padri separati o anti-femministi, a certe affermazioni sconcertanti sulle – sempre più illeggibili – riviste femminili. Forse il peggiore è il blog dell’ormai famigerato Claudio Risè (Leiweb, un altro off-shoot del Corriere) anche per il tono di scientificità… Anche se non raggiungono la potenza del mezzo televisivo in termini di diffusione, i nuovi canali di comunicazione sono il nuovo veicolo dell’odio misogino.
Sul sito antifemminista SCUNF si legge:
“Ma le nazi-femministe sanno benissimo che stanno devastando dei bambini, e distruggere la famiglia è il loro scopo. Il nocciolo duro del (nazi)femminismo sono femministe talmente accecate dall’odio contro gli uomini da diventare lesbiche. È inutile discuterci: vanno combattute.[…] Il (nazi)femminismo è ormai una associazione a delinquere, che deve essere combattuta così come si combatte la mafia. Queste pedo-criminali manipolatrici hanno contagiato le istituzioni…”
La profondità di questo odio ci racconta della paura dello schiavo di perdere l’unica àncora che gli impedisce di sentirsi totalmente sopraffatto dal potere, di perdere l’unico essere che ancora possa dominare, la cui obbedienza e sottomissione preservano al suo mondo una parvenza di ordine. Quando la donna non è più disposta a sostenere questo ruolo si scatenano i deliri, di cui riporto solo alcune delle inesauribili proposte della rete.
Inoltre:
La femminista è un aborto che cammina, abortita allo stadio genetico (!) Essere femminista è essere deficiente, emozionalmente limitata: il femminismo è una malattia di deficienza e le femministe sono storpie emotive.
Questi blog hanno una circolazione elevata, le pagine collegate a facebook registrano migliaia di contatti e di “mi piace”.
Ma anche in luoghi insospettabili come il blog delle giornaliste del Corriere “La 27esima ora”, si nasconde il pregiudizio misogino, spacciato per equità. Questo il linguaggio del titolo di un post del 20 febbraio 2012, scritto da una giornalista: “Mi vergogno delle donne (giovani) senza figli che chiedono il mantenimento all’ex” post che ha ottenuto quasi 300 commenti – quelli maschili particolarmente virulenti – nonostante questo fatto statistico sia marginale, ma si ritaglia una visibilità più alta rispetto all’enorme problema dell’impoverimento delle donne separate con figli a carico. Di nuovo il linguaggio che ci colpevolizza, questa volta per la nuova emergenza dei padri separati, che è un dato distorto come dice chiaramente l’Istat (Nel 2008 solo il 24,4% degli uomini separati, divorziati o riconiugati ha versato regolarmente denaro per l’ex coniuge o per i figli, percentuale che sale al 36% se al momento della separazione erano presenti figli minori.
I versamenti sono stati effettuati per l’ex coniuge nell’8,5% dei casi e per figli nel 15,9%; quest’ultima percentuale sale al 26,4% se al momento della separazione erano presenti figli minori.) Cifre che parlano da sole, ma evidentemente non scalfiscono il pregiudizio.
L’altro aspetto è la questione del supporto, del sostentamento, che le parole offrono alle azioni violente contro le donne, azioni violente che si alimentano di parole violente. Parole di derisione, di svalorizzazione nelle pubblicità, nelle battute, parole di disprezzo verso giovani donne preda, più o meno consapevolmente, dei potenti di turno, pronunciate spesso da altre donne che si prestano, assurdamente, al gioco della divisione fra donne per bene e donne per male. Perfino mancanza di parole, quando in cronaca appare l’ennesima violenza ad una donna e la vittima scompare quasi subito dai radar mediatici, mentre, invariabilmente, significativamente, i riflettori si spostano sull’aggressore, che diventa “il” personaggio della tragedia, il soggetto dell’articolo, e di cui vengono descritti minuziosamente i deliri, le problematiche, valutate le istanze e le inevitabili scusanti. La vittima della violenza di genere esce di scena tanto in fretta che nel lettore fatica a scattare quel sentimento di compassione e solidarietà così comune in ogni altro caso di aggressione.
Cito un titolo a caso: “FOLLE DI GELOSIA STRANGOLA LA MOGLIE DOPO UN LITIGIO (il soggetto del titolo non è mai la vittima, bensì il carnefice) Dal giornale L’Arena di Verona, anche l’articolo si concentra subito sull’omicida:
“L’ha uccisa perché non voleva perderla. L’ha uccisa perché era geloso e perché lui non voleva che il loro matrimonio finisse o che ci fosse qualcun altro fra loro. L’ha strangolata con un foulard in camera da letto…”
Tornerà, la vittima, alla ribalta solo nel caso in cui sarà possibile sfruttarne il potenziale pruriginoso (…sopra quel letto in cui per anni si sono accoccolati…) che anzi più gli indizi sulla sua moralità sono vaghi e incerti più parole si possono vendere. (In Tv, il legale del militare accusato di stupro e tentato omicidio dell’Aquila dice: la ragazza dovrà spiegare il perché e il motivo per il quale è uscita fuori dal locale con il freddo e la neve insieme al suo giovane coetaneo”. Dal Mattino online: le prime 7 righe con i nomi dei presunti stupratori, la vittima citata solo all’ottava riga, così: …dove sarebbe stato commesso lo stupro di una studentessa… Su un totale di 27 righe non una parola per la vittima, nominata ancora di sfuggita alla riga 19 con l’espressione “conobbe e rimorchiò la studentessa”.
Questi sono solo 2 dei 1000 esempi di sparizione simbolica della vittima dai racconti sulla stampa.
Questa battaglia, questa lotta per l’emancipazione dal bisogno, dalla tutela opprimente, per l’affermazione di sé, per il rispetto sociale, si pensava che fosse già combattuta, e vinta; che morte e ferite avessero già compiuto il proprio sacrificio per le future generazioni. E invece, regolarmente, ciclicamente, torniamo al punto di partenza, condannate a soffrire, ancora e ancora a causa di una rivoluzione mai veramente portata a termine, forse in parte tradita. Per citare Adrienne Rich “la sparizione del passato storico e politico delle donne fa si che ogni generazione di femministe sembri essere un’escrescenza anormale della storia”. Questo succede appunto quando le nostre storie, e dunque la storia, vengono negate, manipolate e stravolte. Al punto che dichiararsi femminista oggi è ritenuto imbarazzante.
Alla luce dei fatti, penso che sia ora di abbandonare lo stupore indignato, l’incredulità dell’innocenza, l’impotenza del vittimismo. E’ ora che ci sporchiamo le mani, noi donne, che alla recriminazione sostituiamo l’azione. Delegare tutta la gestione del sociale ma soprattutto del politico, senza voce in capitolo se non quella del lamento, significa accettare di vivere sotto tutela. Magari è riposante. Ma come vediamo ogni giorno è una scelta mortifera.
Dobbiamo vigilare, denunciare e stroncare questi perversi meccanismi affinchè il clima di disprezzo e odio intorno a noi si prosciughi, anche attraverso un’alleanza al di là del genere e delle fittizie suddivisioni in categorie umane. Chiediamo una presa di coscienza da parte degli uomini che con noi stanno compiendo un cammino umano e politico, e da parte loro forti prese di posizione rispetto alla vergognosa tragedia delle uccisioni di donne nel nostro paese. Dissociatevi apertamente da certe storture ideologiche, fatevi sentire. Il privato è ancora e sempre politico.
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Tags: antifemminismo, claudio risè, donne, Femminismo, separazione, stampa, stupro, violenza di genere
No-Tav. In risposta a Carlo Galli di Repubblica
1 MarLeggi l’articolo qui
Intanto esordire, parlando della tav, facendone una questione di ordine pubblico è il solito meccanismo di far notare la “maleducazione” della contestazione per offuscarne i contenuti.
(E’ successo innumerevoli volte in passato, l’ultimo importante esempio la manifestazione a Roma di ottobre, dove le ragioni delle migliaia di indignados vennero allora relegate a pagina 14 da Repubblica, avendo occupato le prime 13 pagine a rappresentare la devastazione causata da qualche centinaio di black block. Dovere di cronaca va bene, ma la scelta dell’impaginazione fa già parte dell’informazione. E non sto neanche a ricordare il G8 di Genova)
- Ma a parte il metodo, Galli poi sostiene che negli anni i territori hanno avuto modo di discutere in modo paritario, democratico ed esaustivo della questione e che “lo sviluppo economico e le sue esigenze è stato mediato, interpretato, incanalato, sui binari della politica.” A si? Chissà perché uniti nella protesta ci sono anche sindaci e rappresentanti di enti locali. Diteglielo che le loro ragioni sono state accuratamente vagliate, perchè non se ne sono accorti.
- Poi l’ottima Galli prosegue toccando quello che forse è lo spartiacque italiano che divide i supporter pro o contro: No-Tav = gente dei centri sociali, Si-Tav = gente per bene. La partecipazione popolare alla protesta non è, come ingenuamente si potrebbe pensare, una buona cosa, un fulgido esempio di coinvolgimento di popolo su decisioni che lo riguardano. No no, è un tentativo di arraffare uno “spazio politico alternativo rispetto all´assetto della politica contemporanea”. Non sia mai. La politica è sacra se è fatta nelle aule di parlamento, consiglio regionale, consiglio provinciale, commissioni ufficiali e consiglio comunale di Torino. E di Bruxelles. Stop. Se è fatta da coordinamenti sparsi sul territorio non è una cosa bella da vedersi.
- E dunque giù duri con le ambiguità dei movimenti e soprattutto dei politici locali di centro-sinistra che nei territori non seguono l’ortodossia romana ma si schierano contro “per ottenere consenso”. Figurarsi, i sindaci sarebbero a favore, sognano da sempre di poter inaugurare con la banda la galleria di 70 Km più controversa del globo, ma devono pensare al consenso. E con questa bella critica circostanziata ai sindaci anti-tav si chiude la questione.
- Ma entrerà mai l’articolista nel merito degli aspetti tecnici più controversi del progetto? No, lui qui parla d’altro, tuttavia non si astiene dal definire l’opposizione alla Tav frutto di spregevole “ecologismo” di una vallata che, egoisticamente, non desidera sacrificarsi sull’altare del profitto capitalista; capitalismo che Galli stesso descrive come traballante e pieno di contraddizioni, oscillante “fra il gigantismo e la crisi”. Ma a questo capitalismo malato la Val di Susa dovrebbe donare il proprio territorio. Che dire: è un’opinione anche questa.
- Non manca poi la critica alle forze della sinistra radicale, notoriamente antidemocratiche e prive di fantasia, che cavalcano l’occasione per un po’ di visibilità e a tal proposito cercano di innescare un conflitto “alla greca” anche qua da noi. Il buon vecchio tanto peggio tanto meglio. Peccato che il movimento No-Tav si dia da fare da più di 10 anni, quando ancora non era crollato il muro… di Wall Street. Le ragioni di allora sono quelle di oggi, anzi con qualche conferma in più. Machissenefrega, con una bella ripassata alla sinistra radicale aggiungi quelle 50 parole che ti servono per concludere il pezzo.
- Sorvolo sullo sprezzante commento relativo alla strategia dell’emergenza di chi vedrebbe dappertutto “presunti” omicidi di Stato, del Capitale e della Grande Finanza: le soluzioni mortifere di certa politica sono sotto gli occhi di tutti, anche a livello globale, ed è un insulto alle vittime fare dell’ironia.
- Poi immagino che l’ottimo Galli avesse terminato lo spazio e conclude l’articolo con un polpettone di luoghi comuni: gli impegni vanno mantenuti, i governi che hanno ratificato la scelta sono stati democraticamente eletti, non si può rimettere sempre tutto in discussione, conflitto politico va bene ma non violenza, chi è contro questo modello di sviluppo è antitaliano e se la sinistra si lascia trascinare dai no-Tav è un po’ stupida e non merita di governare il paese. Grazie per il consiglio. Consigliare di ascoltare le ragioni di decine di migliaia di dimostranti che da 10 anni non cedono non gli viene in mente? No, se decine di migliaia di cittadini, inclusi tecnici, ingegneri, professionisti, dicono che la Torino-Lione è una boiata non è affar suo.
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Tags: no-tav, tav, Torino-Lione