La mia fabbrica

L’altro giorno, ascoltando le recriminazioni e le raccomandazioni che Landini, Fassino e D’Alema si sono lanciati reciprocamente, di provare a lavorare in fabbrica (Landini comunque è l’unico dei 3 che lo ha fatto veramente) con la forza di una saetta mi è tornato  alla mente  un libro che ho letto tanti tanti anni fa, quando ero una giovane ragazza idealista. E’ “La Condizione Operaia” di Simone Weil, la giovane intellettuale (filosofa e mistica) francese che negli anni 30 avrebbe potuto starsene tranquillamente a insegnare al liceo ma volle invece fare una scelta radicale e coerente, abbandonando la scuola e andando a lavorare in fabbrica. Da questa esperienza ne ricavò un danno permanente alla salute, che la porterà alla morte a soli 34 anni, e appunto questo libro.

Ricordo ancora l’impressione e l’influenza che questo racconto ebbe su di me, e oggi, rileggendone alcuni passi, sento che, pur con l’immenso mare di esperienze, tristi e felici, difficili e belle, che mi separa dai miei 20 anni, io, in realtà, sono ancora – un poco – quella ragazza, idealista e intrepida, visionaria e intensa, che sceglieva di allearsi con chi aveva di meno e non con chi aveva già tutto (la parola e il potere). Certo, per molti, un’ingenuità.

Simone Weil, una mistica e una rivoluzionaria

la biografia

Da: La condizione operaia – Simone Weil – Ed. SE

Il 4 dicembre del 1934, Simone Weil fu assunta come operaia presso le officine della società elettrica Alsthom di Parigi […]. Inizia così la fase sperimentale della sua ricerca sull’oppressione sociale che si protrarrà fino all’agosto dell’anno successivo, con due pause imposte da una malattia e dalla difficoltà a trovare un nuovo impiego. Ricerca dolorosa, per il corpo sottoposto a una prova durissima, e per il pensiero costretto a verificare fino in fondo lo stato di abbrutimento fisico e morale a cui gli operai erano ridotti, la loro piena soggezione a un meccanismo produttivo impenetrabile al pensiero. Di questa ricerca Simone Weil volle registrare di giorno in giorno, quasi di momento in momento i dati oggettivi, le reazioni personali, le prove fisiche e psicologiche, i rapporti tra le persone, in una parola la realtà concreta della condizione operaia vissuta dall’interno. Al lettore viene così offerta una rappresentazione della vita di fabbrica condotta al limite della umana sopportabilità. Una rappresentazione fatta di situazioni, di dettagli, di impressioni fisiche e psicologiche, di descrizioni tecniche delle macchine e dei procedimenti di lavoro, di sofferenze e di angosce, ma anche di insperati momenti di gioia per un cenno di solidarietà o per il fugace sentimento di essere partecipi di una operosa vita collettiva piuttosto che succubi di un degradante asservimento al processo produttivo” (G. Gaeta).

Cara Albertine

[…]

Una volta ho avvertito intensamente, in fabbrica, quel che avevo presentito con te, dal di fuori. Era la mia prima fabbrica. Immaginami davanti a un gran forno, che sputa fiamme e soffi brucianti che mi arroventano il viso. Il fuoco esce da cinque o sei fori situati nella parte inferiore del forno. Io mi metto proprio davanti, per infornare una trentina di grosse bobine di rame che un’operaia italiana, una faccia coraggiosa e aperta, fabbrica accanto a me; quelle bobine sono per il tram e per il metrò. Devo fare ben attenzione che nessuna delle bobine cada in uno dei buchi, perché vi si fonderebbe; e, per questo, bisogna che mi metta proprio di fronte al fuoco senza che il dolore dei soffi roventi sul viso e del fuoco sulle braccia (ne porto ancora i segni) mi facciano mai fare un movimento sbagliato. Abbasso lo sportello del forno, aspetto qualche minuto, rialzo lo sportello a mezzo di tenaglie, tolgo le bobine ormai rosse, tirandole verso di me con grande sveltezza (altrimenti le ultime comincerebbero a fondere) e facendo anche più attenzione di prima perché un movimento errato non ne faccia cadere mai una dentro uno dei fori. E poi si ricomincia. Di fronte a me un saldatore, seduto, con gli occhiali blu e la faccia severa, lavora minuziosamente; ogni volta che il dolore mi contrae il viso, mi rivolge un sorriso triste, pieno di simpatia fraterna, che mi fa un bene indicibile.

Dall’altra parte, lavora una squadra di battilastra, intorno a grandi tavoli; lavoro di squadra, compiuto fraternamente, con cura e senza fretta. Lavoro molto qualificato, dove bisogna saper calcolare, leggere disegni complicatissimi, applicare nozioni di geometria descrittiva. Più lontano, un robusto giovanotto picchia con un maglio su certe  sbarre di ferro, facendo un fracasso da fendere il cranio. Tutto ciò avviene in un cantuccio in fondo all’officina, dove ci si sente a casa propria, dove il caposquadra e il capo officine, si può dire, non vengono mai. Ho passato là 2 o 3 ore a quattro riprese (ci rimediavo da 7 a 8 franchi all’ora; e questo conta, sai!)

La prima volta, dopo un’ora e mezzo, il caldo, la stanchezza, il dolore, m’han fatto perdere il controllo dei movimenti: non riuscivo più ad abbassare lo sportello del forno. Uno dei battilastra (tutti tipi in gamba) appena se n’è accorto si è precipitato a farlo in vece mia. Ci ritornerei subito in quel angolo d’officina se potessi (o almeno appena avessi riacquistato un po’ di forze). Quelle sere, sentivo la giuria di mangiare un pane dolorosamente guadagnato.

Ma questo è stato unico, nella mia esperienza di vita di fabbrica. Per me, personalmente, lavorare in fabbrica ha voluto dire, che tutte le ragioni esterne sulle quali si fondavano la coscienza della mia dignità e il rispetto di me stessa, sono state radicalmente spezzate, in due o tre settimane, sotto i colpi di una costrizione brutale e quotidiana. E non credere che ne sia conseguito in me qualche moto di rivolta. No; anzi, al contrario, quel che meno mi aspettavo da me stessa: la docilità. Una docilità di rassegnata bestia da soma. mi pareva d’essere nata per aspettare, per ricevere, per eseguire ordini – di non aver mai fatto altro che questo – di non dover mai far altro che questo. Non sono fiera di confessarlo.

E’ quel genere di sofferenza  di cui nessun operaio parla; fa troppo male solo a pensarci. Quando la malattia mi ha costretto a smettere, ho assunto piena coscienza dell’abbassamento nel quale stavo cadendo e mi sono giurata di subire questa esistenza fino al giorno in cui fossi giunta, mio malgrado, a riprendermi. Ho mantenuto la promessa. Lentamente, soffrendo, ho riconquistato, attraverso la schiavitù, il senso della mia dignità di essere umano, un senso che questa volta non si fondava su nulla di esterno, sempre accompagnato dalla coscienza di non aver diritto a nulla e che in ogni istante libero dalle sofferenze e dalle umiliazioni doveva essere ricevuto come una grazia, come unico risultato di favorevoli circostanze casuali.

Due fattori essenziali entrano in questa schiavitù: la rapidità e gli ordini.

La rapidità: per “farcela” bisogna ripetere un movimento dopo l’altro a una cadenza che è più rapida del pensiero e quindi vieta non solo la riflessione, ma persino la fantasticheria. Mettendosi dinnanzi alla macchina, bisogna uccidere la propria anima, i propri pensieri, i sentimenti, tutto per otto ore al giorno. Irritati, tristi o disgustati che si sia, bisogna inghiottire, respingere in fondo a se stessi irritazione, tristezza o disgusto: rallenterebbero la cadenza. Per la gioia, è lo stesso.

Gli ordini: dal momento in cui si timbra per l’uscita, si può ricevere qualsiasi ordine in qualunque momento. E bisogna sempre tacere e obbedire. L’ordine può essere penoso o pericolosa da eseguire, o anche ineseguibile; oppure due capi possono dare ordini contradditori; non fa nulla: tacere e piegarsi. Rivolgere la parola a un capo, anche per una cosa indispensabile, anche se è una brava persona (le brave persone hanno pure i loro momenti di cattivo umore) vuol dire rischiare di farsi strapazzare. E quando capita, bisogna ancora tacere. Per quanto riguarda i propri impulsi di nervi o di malumore, bisogna tenerseli; non possono tradursi né in parole né in gesti, perché i gesti sono, in ogni momento, determinati dal lavoro. Questa situazione fa sì che il pensiero si accartocci, si ritragga, come la carne si contrae dinnanzi al bisturi.

Non si può essere “coscienti”. Tutto questo, beninteso, riguarda il lavoro non qualificato, soprattutto quello delle donne. E attraverso tutto ciò, un sorriso, una parola di bontà, un istante di contatto umano hanno più valore delle più devote amicizie fra i privilegiati grandi e piccoli. Solo là si conosce che cos’è la fraternità umana. Ma ce n’è poca, pochissima.

Quasi sempre le relazioni, anche fra i compagni, riflettono la durezza che, là dentro, domina su tutto. .. Volevo dirti anche questo: il passaggio da quella vita così dura alla mia vita attuale, sento mi corrompe. Capisco ora cosa succeda ad un operaio che diventa funzionario sindacale. Reagisco quanto posso. Se mi lasciassi andare, dimenticherei tutto, m’installerei nei miei privilegi senza voler pensare che sono privilegi. Sta tranquilla, non mi lascio andare. A parte questo, in quella esistenza ci ho lasciato la mia allegria, ne serbo in cuore un’amarezza incancellabile. E tuttavia, sono felice di averla vissuta…

Un problema di significato leggi tutto

Il lavoro di per sé non è opprimente, può certo produrre noia, costrizione, ma non avvilisce. È quanto ad esso si aggiunge nella produzione industriale che opprime: l’idea che il tempo passato lavorando sia perduto per la vita, l’impressione che in nessun momento si produca qualcosa di reale, la cadenza monotona dei gesti, la sottomissione passiva ai capireparto, la schiavitù cui bisogna costringersi da soli, il senso di solitudine pur in mezzo agli altri, l’esperienza dello sradicamento perché si vive in un luogo che non appartiene al lavoratore, la schiavitù che differisce da quella classica perché non consente una libertà interiore come è invece possibile per la figura dello schiavo stoico: meschina consolazione, senza dubbio, ma proibita all’operaio.

Il problema del lavoratore è sì una questione di riscatto sociale, ma alla base di tutto deve essere posto il valore della persona e il significato della sua esistenza. La rivolta sociale è giustificabile, ma non bisogna illudersi che possa risolvere i veri problemi dell’uomo che invece trovano radice nel profondo del suo animo: “in questa rivolta contro l’ingiustizia sociale l’idea rivoluzionaria è buona e sana. In quanto rivolta contro l’infelicità essenziale inerente alla condizione propria dei lavoratori, è una menzogna. Perché nessuna rivoluzione potrà abolire quell’infelicità”e in La prima radice scrive “L’iniziativa e la responsabilità, il senso di essere utile e persino indispensabile, sono bisogni vitali dell’anima umana. Una completa privazione di questo si ha nell’esempio del disoccupato, anche quando è sovvenzionato sì da consentirgli di mangiare, di vestirsi, di pagare l’affitto. Egli non rappresenta nulla nella vita economica e il certificato elettorale che dimostra la sua parte nella vita politica non ha per lui alcun senso”. La ricostruzione politica della società deve appoggiarsi innanzitutto su basi etiche, poi religiose, scindendo i due termini solo per motivi espositivi. Quale fondamento di questa ricostruzione ci deve essere appunto l’idea di responsabilità che si coniuga con quella di libertà. La libertà è una condizione politica (e Simone Weil combatté per essa nella guerra civile spagnola e cercò di farlo nella seconda guerra mondiale), ma deve essere inquadrata all’interno di una visione etica: non basta essere liberi, bisogna diventare liberi, cioè bisogna sapere come spendere la propria libertà. Però la libertà è anche un’utopia che riesce a mobilitare persone e popoli, che non è pienamente raggiungibile, almeno su questa terra, una specie di idea regolativa, usando il linguaggio di Kant.

La concezione del lavoro propria dell’autrice francese è fortemente influenzata dalla visione ebraica e cristiana: alla base del suo pensiero si trova l’accezione pessimistica propria dell’antico Testamento che considera il lavoro come una condanna conseguente all’espulsione dal paradiso terrestre; tuttavia a questo presupposto si aggiunge quello cristiano del divino che si cala nella storia e del lavoro come contributo dell’uomo alla realizzazione del disegno di Dio e come strumento che l’uomo possiede per mediare tra la propria interiorità e il mondo esterno.

Il riscatto dell’operaio dalla condizione servile

L’emancipazione degli operai avviene per la Weil soprattutto a livello di interiorità e di crescita umana. Ella non esclude le forme di lotta esplicita, ma è scettica sulla loro efficacia. Fa notare R. Chenevier che, quando la nostra autrice parla di sciopero, usa l’espressione “gioia pura”; ma anche questo strumento di lotta è inefficace per un riscatto pieno: “gli operai fanno lo sciopero – afferma la pensatrice francese – ma lasciano ai militanti il compito ristudiare il particolare delle rivendicazioni. L’abitudine della passività contratta quotidianamente nel corso di anni ed anni, non si perde in pochi giorni, anche se così belli”. In fondo lo sciopero è solo una compensazione del lavoro servile. E la rivoluzione? In uno studio del 1941, elencando altre forme di compensazione, riporta “l’ambizione ad un’altra condizione sociale per se stessi o per i propri figli”, “i piaceri facili e violenti”, la dissolutezza come stupefacente e conclude: “infine la rivoluzione è una compensazione dello stesso tipo; è l’ambizione trasferita nel collettivo, la folle ambizione dell’ascensione di tutti i lavoratori al di sopra della condizione di lavoratori”. Anche la biografa di Weil e compagna di scuola, Simone Pétrement, ritiene che la sua amica di gioventù non credesse in un riscatto del lavoratore sul piano materiale; scrive infatti: “Ha scoperto come possa l’operaio diventare libero nel suo stesso lavoro? Non sembra. Ne ha detratto – e già lo sospettava – che una certa schiavitù, attualmente, è legata alle condizioni materiali, agli stessi strumenti di lavoro, alle macchine. (…) Non arriva a vedere che cosa si dovesse fare; avvertiva solo la necessità di studiare certi problemi; ma la soluzione restava sempre lontana”.

Il riscatto dalle condizioni servili del lavoro è un fatto soprattutto interiore.  La prima condizione perché esso avvenga viene identificata dalla nostra autrice nell’importanza della formazione dei lavoratori. Come insegnante di filosofia aveva individuato l’obiettivo fondamentale dell’azione educativa nello sviluppo della capacità di attenzione delle allieve al fine di renderle atte a mettere in pratica i processi e le nozioni necessarie a operare nel contesto sociale e professionale. A questo obiettivo si deve aggiungere quello dell’educazione all’azione che scaturisce dalla passione per il mondo, per l’umanità, per la storia; la formazione cultuale dei lavoratori in quest’ottica deve servire a renderli veri uomini per far sorgere in loro le domande sulle motivazioni che stanno alla base della produzione, dell’organizzazione del lavoro e sui riferimenti al quadro etico.

Un terzo obiettivo della formazione del lavoratore è rappresentato dalla ricerca delle proprie radici in una società dove il denaro distrugge le radici, ovunque penetra, sostituendo ad ogni altro movente il desiderio del guadagno. “Esiste una condizione sociale – il salariato – completamente e perpetuamente legata al denaro, soprattutto da quando il salario a cottimo costringe ogni operaio ad essere sempre teso mentalmente alla busta paga. La malattia dello sradicamento raggiunge il massimo della gravità in questa condizione sociale”. La Weil auspica un vero radicamento nel passato, non però per gusto antiquario, ma quale fondamento di una rigenerazione spirituale personale dell’individuo e di una nuova democrazia. Afferma: “Il radicamento è forse l’esigenza più importante e più misconosciuta dell’anima umana. È tra le più difficili a definirsi. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. Partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente. Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente”.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s