Immagina…

Imagine that…

Immagina: alzarsi al mattino e vedere che hai un brufolo sul mento e non pensare che sia la fine del mondo. Ci metti sopra qualcosa e esci, perchè sei così felice con te stessa e del tuo spazio… che ti prendi il tuo spazio e non hai bisogno di chiedere scusa, chiedere scusa  per essere te stessa.

Immagina. Quello sarebbe un bel posto per vivere.

Immagina: alzarsi al mattino e vestirti senza neanche dover pensare se apparirai in un modo o in un altro, perchè sai che il tuo spazio nel mondo è assicurato, che ti è permesso essere qualunque cosa tu voglia o tu senta il bisogno di essere. Sei la benvenuta comunque.

Immagina…

Vi segnalo due siti di grande valore (in inglese):

Any-Body

e

Endangered Species

Entrambi trattano il problema della rappresentazione della donna nella società: nelle immagini pubblicitarie, nella cultura in genere, nel racconto quotidiano che descrive le donne con gli occhi degli uomini (e, ancora peggio, dei pubblicitari). Una rappresentazione che impedisce alle adolescenti di acquisire fiducia in sè stesse e di essere felici di loro stesse e di affrontare il mondo con le giuste armi, che le convince a rincorrere un’ impossibile immagine, forme impossibili, a stravolgere sè stesse, rinunciare alla loro vera forza, al loro valore e perdersi.

Lo abbiamo visto nel nostro paese, nella cronaca recente, la punta dell’iceberg di un fenomeno: ragazze che avrebbero potuto chiedere, pretendere il loro spazio di diritto nella società, decidere di abdicare, rinunciare alle loro più profonde potenzialità per diventare… niente, materia da toccare ma persone invisibili. Ragazze dipendenti da altri, governate ancora una volta da padri e fidanzati che addirittura, nella mentalità postribolare contrabbandata per liberazione sessuale che pare essere la cifra stilistica del nuovo millennio, non esercitano la loro autorità per proteggerle dal mondo, come in passato, ma per depredarle della loro vera femminilità, la cosa più profonda e autentica che hanno.

Lo vediamo nelle foto che compulsivamente le nostre adolescenti si scattano e pubblicano su Facebook , che non è altro che lo specchio che usavamo noi in assenza di FB, lo scrutare il nostro corpo nelle vetrine dei negozi per cercare di intuire come ci vedeva il mondo dall’esterno. Ancora e sempre questa mancanza di fiducia, questo non piacersi, questa ipercriticità verso il nostro corpo che spesso si trasforma in vero e proprio odio, e che può avere in non pochi casi conseguenze drammatiche: dalla promiscuità affettiva all’anoressia.

Tutto questo nella più totale incomprensione del mondo adulto che vede giovani donne agghindate in modo aggressivo e ammiccante e, ben lungi dall’immaginare le tempeste di emozioni che le agitano, i sentimenti contrastanti di paura e voglia di emergere, il desiderio di restare piccole e allo stesso tempo di ostentare sicurezza, di “giocare” a fare le grandi e di “essere” grandi, riescono molto spesso a provare solo fastidio, o sentimenti ancor più negativi – e negati – come l’invidia.

Nel nostro paese la presa di coscienza sull’argomento, dopo un importante lavoro di ricerca avvenuto in passato ma che aveva seguito piste diverse anche per ovvie ragioni storiche e sociali, sta faticosamente cercando di tornare a farsi strada. Altrove, ad esempio in Inghilterra, esistono realtà consolidate di gruppi di studio, di pressione e di controllo, come i due siti indicati.

Il primo è stato riconosciuto di importanza culturale e scientifica tale da essere incluso nell’archivio della British Library per essere preservato per le future generazioni.

Il secondo ha organizzato un importante Seminario Internazionale a Marzo 2011 “Endangered Species International Summit” che ha per titolo “Contestare la cultura che insegna alle donne e alle ragazze a odiare il loro corpo“.  Tramite il PodCast si possono ascoltare gli interventi di artisti, studiosi, giornalisti, blogger, editori, fotografi e avvocati di varie nazionalità (in inglese).

Come diceva Ruby (no, non “la nostra” Ruby, ma la prima, vera Ruby, la rimpianta bambola antagonista di Barbie): ci sono 3 miliardi di donne che non sono come delle supermodelle e solo 8 che lo sono.

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