8 MARZO 2013 – Cena e film

Venerdi 8/3, alle ore 19, ci troviamo alla Cooperativa Libertà e Lavoro per cenare insieme e poi andiamo al Punto Expo per il film offerto da Demetra Donne.

Siamo già in tanti, chi vuole aggregarsi chiami al più presto in cooperativa per prenotarsi: tel. 02 4451151.

film marzo 2013

 

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Il demone della tempesta, portatore di disgrazia, malattia e morte? E’ una donna, of course. Da distruggere.

Ragazzo1: ok alle kodak però strappi il rullino, a loro cosa facciamo, strappiamo le ovaie?

Ragazzo 2: ahahah no, pensavo più a divertirti e quando ti sei scocciato le lasci legate al guardrail sull’A4, cose del genere

Ragazzo 1: beh ma così non c’è gusto…meglio farlo a sorpresa..”amore ti porto a Como” e dopo 20 km apri la portiera in corsa, lasci l’acceleratore per darle un calcio laterale e farla andare in terza corsia… in fondo a loro sono sempre piaciute le sorprese.

Ragazza: i tipi sono usa e getta, come i fazzoletti

Ragazzo 1: ahahahahah sto male! Alla ragazza:  ahaha siete brave in questo

Ragazza: anche voi siete molto bravi…ci compensiamo a vicenda

Ragazzo 1: eh ma voi lo fate con “classe”, siete attrici hollywoodiane!

Ragazzo 2: la donna è opportunista!

Questo dialogo, che mi è capitato di leggere su Facebook, non è l’invenzione di qualche autore di crime fiction, ma è fin troppo reale,  ne ho salvato lo screenshot e ho ottenuto dagli autori il permesso di utilizzarlo, nell’anonimato.

Gli autori sono quelli che chiameremmo ragazzi normali, dai quali l’unico comportamento deviante prevedibile è forse un’infrazione per eccesso di velocità. La ragione per cui cito quello che è uno degli  esempi di violenza verbale nel denso magma di odio che circola sul web, e fuori, è proprio per focalizzare l’attenzione su 2 aspetti:

Il primo aspetto è l’enormità del fenomeno, che va dalle battute misogine da cortile di liceo, ai post lividi di odio dei blog, dalla propaganda martellante di certe sospette associazioni di padri separati o anti-femministi, a certe affermazioni sconcertanti sulle – sempre più illeggibili – riviste femminili.  Forse il peggiore è il blog dell’ormai famigerato Claudio Risè (Leiweb, un altro off-shoot del Corriere)  anche per il tono di scientificità… Anche se non raggiungono la potenza del mezzo televisivo in termini di diffusione, i nuovi canali di comunicazione sono il nuovo veicolo dell’odio misogino.

Sul sito antifemminista SCUNF si legge:

“Ma le nazi-femministe sanno benissimo che stanno devastando dei bambini, e distruggere la famiglia è il loro scopo.  Il nocciolo duro del (nazi)femminismo sono femministe talmente accecate dall’odio contro gli uomini da diventare lesbiche. È inutile discuterci: vanno combattute.[…] Il (nazi)femminismo è ormai una associazione a delinquere, che deve essere combattuta così come si combatte la mafia.  Queste pedo-criminali manipolatrici hanno contagiato le istituzioni…”

La profondità di questo odio ci racconta della paura dello schiavo di perdere l’unica àncora che gli impedisce di sentirsi totalmente sopraffatto dal potere, di perdere l’unico essere che ancora possa dominare, la cui obbedienza e sottomissione preservano al suo mondo una parvenza di ordine. Quando la donna non è più disposta a sostenere questo ruolo si scatenano i deliri, di cui riporto solo alcune delle inesauribili proposte della rete.

Inoltre:

La femminista è un aborto che cammina, abortita allo stadio genetico (!) Essere femminista è essere deficiente, emozionalmente limitata: il femminismo è una malattia di deficienza e le femministe sono storpie emotive.

Questi blog hanno una circolazione elevata, le pagine collegate a facebook registrano migliaia di contatti e di “mi piace”.

Ma anche in luoghi insospettabili come il blog delle giornaliste del Corriere  “La 27esima ora”,  si nasconde il pregiudizio misogino, spacciato per equità. Questo il linguaggio del titolo di un post del 20 febbraio 2012, scritto da una giornalista: “Mi vergogno delle donne (giovani) senza figli che chiedono il mantenimento all’ex”  post che ha ottenuto quasi 300 commenti – quelli maschili particolarmente virulenti – nonostante questo fatto statistico sia marginale, ma si ritaglia una visibilità più alta rispetto all’enorme problema dell’impoverimento delle donne separate con figli a carico. Di nuovo il linguaggio che ci colpevolizza, questa volta per la nuova emergenza dei padri separati, che è un dato distorto come dice chiaramente l’Istat (Nel 2008  solo il 24,4% degli uomini separati, divorziati o riconiugati ha versato regolarmente denaro per l’ex coniuge o per i figli, percentuale che sale al 36% se al momento della separazione erano presenti figli minori.
I versamenti sono stati effettuati per l’ex coniuge nell’8,5% dei casi e per figli nel 15,9%; quest’ultima percentuale sale al 26,4% se al momento della separazione erano presenti figli minori.)
Cifre che parlano da sole, ma evidentemente non scalfiscono il pregiudizio.

L’altro aspetto è la questione del supporto, del sostentamento, che le parole offrono alle azioni violente contro le donne, azioni violente che si alimentano di parole violente. Parole di derisione, di svalorizzazione nelle pubblicità, nelle battute, parole di disprezzo verso giovani donne preda, più o meno consapevolmente, dei potenti di turno, pronunciate spesso da altre donne che si prestano, assurdamente,  al gioco della divisione fra donne per bene e donne per male. Perfino mancanza di parole, quando in cronaca appare l’ennesima violenza ad una donna e la vittima scompare quasi subito dai radar mediatici, mentre, invariabilmente, significativamente, i riflettori si spostano sull’aggressore, che diventa “il” personaggio della tragedia, il soggetto dell’articolo, e di cui vengono descritti minuziosamente i deliri, le problematiche, valutate le istanze e le inevitabili scusanti. La vittima della violenza di genere esce di scena tanto in fretta che nel lettore fatica a scattare quel sentimento di compassione e solidarietà così comune in ogni altro caso di aggressione.

Cito un titolo a caso: “FOLLE DI GELOSIA STRANGOLA LA MOGLIE DOPO UN LITIGIO (il soggetto del titolo non è mai la vittima, bensì il carnefice) Dal giornale L’Arena di Verona, anche l’articolo si concentra subito sull’omicida:

“L’ha uccisa perché non voleva perderla. L’ha uccisa perché era geloso e perché lui non voleva che il loro matrimonio finisse o che ci fosse qualcun altro fra loro. L’ha strangolata con un foulard in camera da letto…”

Tornerà, la vittima, alla ribalta solo nel caso in cui sarà possibile sfruttarne il potenziale pruriginoso (…sopra quel letto in cui per anni si sono accoccolati…) che anzi più gli indizi sulla sua moralità sono vaghi e incerti più parole si possono vendere. (In Tv, il legale del militare accusato di stupro e tentato omicidio dell’Aquila dice: la ragazza  dovrà spiegare il perché e il motivo per il quale è uscita fuori dal locale con il freddo e la neve insieme al suo giovane coetaneo”. Dal Mattino online: le prime 7 righe con i nomi dei presunti stupratori, la vittima citata solo all’ottava riga, così: …dove sarebbe stato commesso lo stupro di una studentessa…  Su un totale di 27 righe non una parola per la vittima, nominata ancora di sfuggita alla riga 19 con l’espressione “conobbe e rimorchiò la studentessa”.

Questi sono solo 2 dei 1000 esempi di sparizione simbolica della vittima dai racconti sulla stampa.

Questa battaglia, questa lotta per l’emancipazione dal bisogno, dalla tutela opprimente, per l’affermazione di sé, per il rispetto sociale, si pensava che fosse già combattuta, e vinta;  che morte e ferite avessero già compiuto il proprio sacrificio per le future generazioni. E invece, regolarmente, ciclicamente, torniamo al punto di partenza, condannate a soffrire, ancora e ancora a causa di una rivoluzione mai  veramente portata a termine, forse in parte tradita. Per citare Adrienne Rich “la sparizione del passato storico e politico delle donne fa si che ogni generazione di femministe sembri essere un’escrescenza anormale della storia”. Questo succede appunto quando le nostre storie, e dunque la storia, vengono negate, manipolate e stravolte. Al punto che dichiararsi femminista oggi è ritenuto imbarazzante.

Alla luce dei fatti, penso che sia ora di abbandonare lo stupore indignato, l’incredulità dell’innocenza,  l’impotenza del vittimismo. E’ ora che ci sporchiamo le mani, noi donne, che alla recriminazione sostituiamo l’azione. Delegare tutta la gestione del sociale ma soprattutto del politico, senza voce in capitolo se non quella del lamento, significa accettare di vivere sotto tutela. Magari è riposante.  Ma come vediamo ogni giorno è una scelta mortifera.

Dobbiamo vigilare, denunciare e stroncare questi perversi meccanismi affinchè il clima di disprezzo e odio intorno a noi si prosciughi, anche attraverso un’alleanza al di là del genere e delle fittizie suddivisioni in categorie umane. Chiediamo una presa di coscienza da parte degli uomini che con noi stanno compiendo un cammino umano e politico, e da parte loro forti prese di posizione rispetto alla vergognosa tragedia delle uccisioni di donne nel nostro paese. Dissociatevi apertamente da certe storture ideologiche, fatevi sentire. Il privato è ancora e sempre politico.

 

 

 

Quaderni Viola “Sebben che siamo donne. Femminismo e lotta sindacale nella crisi” – Una recensione

QUADERNI VIOLA

Recensione dal Manifesto dell’8/1/2012

DONNE E SINDACATO AL TEMPO DELLA CRISI
Francesco Piccioni

Che la crisi in corso sia un mostro mai visto prima, ormai lo capiamo in tanti. Che nel suo svolgersi travolga in misura differenziata soggetti e figure sociali, anche. Ma l’attenzione con cui le donne colgono lati nascosti di questa crisi diventa un aiuto in più per chi – volente o nolente – ci sta dentro e ha necessità trovare vie d’uscita. Collettive, naturalmente. L’agile libretto dei Quaderni Viola “Sebben che siamo donne. Femminismo e lotta sindacale nella crisi” (Edizioni Alegre, appena 5 euro) parte col piede giusto. Il contributo di Lidia Cirillo e Giovanna Vertova, infatti, individua nella crisi la più classica delle “occasioni” con cui il capitalismo di trova ciclicamente a dover reagire al sempre possibile “crollo”. E fin qui lo ha fatto distruggendo alla grande il “capitale in eccesso” derivante dalla sovrapproduzione: capitale finanziario, industriale, mercantile, umano. La guerra, dunque, come ripristino delle condizioni di penuria, riscrittura delle gerarchie globali e occasione di rimessa in moto dell’accumulazione. Fin qui siamo nel noto. Il passo avanti teorico, anche se ancora appena accennato, sta nel vedere all’opera in questa crisi meccanismi che la rendono «endemica e di lunga durata»; in cui la distruzione di capitale agisce fin da subito per vie nuove. E l’impoverimento generale delle popolazioni, la demolizione programmata del “modello sociale europeo”, ne fanno parte a pieno titolo. Al pari e forse più delle guerre vere e proprie condotte però contro paesi «a bassa intensità di capitale», che quindi – pur distrutti – non possono ri-attivare un’accumulazione globale in contrazione. Il grosso del contributo, come si diceva, è però il ruolo delle donne nella lotta sindacale. Non siamo più al tempo delle mondine, che commuovevano perché in fondo poche e “diverse” dalla condizione femminile canonizzata. Oggi le donne, ancorché sottopagate rispetto agli uomini e con un tasso di occupazione inferiore, costituiscono un quota molto rilevante del lavoro salariato: quasi il 40%, in Italia. Ed anche qui l’impostazione di questo gruppo di ricercatrici e protagoniste dell’azione sindacale muove un passo originale rispetto ad altre posizioni storiche nel movimento femminista. Non c’è infatti una ricerca finalizzata alla costruzione di una «piattaforma delle donne», ma a una comune «per il lavoro femminile e maschile, in cui sia presente la dimensione di genere». Lavori in corso, naturalmente, intorno a grandi gruppi problematici al momento racchiusi sotto i titoli «Diritti uguali o differenti», «salario sociale o reddito di esistenza?», «il lavoro di riproduzione e di cura». Lavori in corso perché le differenze teoriche sono in via di limatura, ma – ad esempio sul “salario sociale” – le pratiche rivendicative non hanno ancora prodotto risultati consistenti e bisogna pur sempre contemperare la definizione degli obiettivi con l’inesistenza – nella storia italiana – persino di un reddito di disoccupazione quantitativamente accettabile per durata e dimensioni. Stimolante.

Edizione Alegre – 5 Euro

 

 

 

Ok, contiamo le donne nel governo Monti

Aggiornamento. Questa la composizione definitiva del nuovo Governo Monti.

  1. Mario Monti (Economia),
  2. Anna Maria Cancellieri (Interni),
  3. Paola Severino (Giustizia),
  4. Giulio Maria Terzi di Sant’Agata (Esteri),
  5. Giampaolo Di Paola (Difesa),
  6. Corrado Passera (Sviluppo Economica),
  7. Mario Catania (Agricoltura),
  8. Corrado Clini (Ambiente),
  9. Elsa Fornero (Lavoro e Pari Opportunità),
  10. Renato Balduzzi (Salute),
  11. Francesco Profumo (Istruzione),
  12. Lorenzo Ornaghi (Cultura).

Oltre a questi, il presidente Mario Monti ha nominato anche 5 ministri senza portafogli, ovvero

Enzo Moavero, Piero Gnudi, Fabrizio Barca, Piero Giarda e Andrea Riccardi. Per loro, Mario Monti proporrà al primo Consiglio dei Ministri le seguenti deleghe: Affari europei (Moavero), Turismo e Sport (Gnudi), Coesione territoriale (Barca), Rapporti con il Parlamento (Giarda), Cooperazione internazionale (Riccardi). Mario Monti, inoltre, proporrà il nome di Antonio Catricalà come sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

dal Fatto Quotidiano

Dunque 12 ministri + 5 senza portafoglio. Totale 17 di cui 3 donne. Certo rallegriamoci che non sono ballerine ma 3 su 17 fa meno del 18%. Siamo ancora lontani dalla parità. La domanda è: perchè non ci chiamano? Non ci sono donne competenti di alto livello? Ci sono ma non si vogliono impegnare nella politica? Ci sono ma vengono messe all’angolo dal club degli ex-alumni?

O Mr Monti non si fida delle donne??

 

Incontro sulla violenza DI genere, IN genere (DE-genere?) Boh!

Raramente ho partecipato a una serata più insulsa, a tratti surreale, di quella di venerdi 7 ottobre 2011, organizzata dall’Associazione “Donne Azzurre” (Pdl) al Centro Socio Culturale di Trezzano sul Naviglio.
Dico subito che i due rappresentanti delle forze dell’ordine, il Tenente dei Carabinieri Mezzetti di Rozzano  e il Comandante di Trezzano Cuccuru sono stati gli unici ospiti che hanno restituito un senso alla serata. Serata insensata già dal titolo, contraddittorio, indice di indecisione e confusione ideologica, se non peggio. Infatti sul giornale di zona L’Eco della Città l’oggetto dell’incontro era circoscritto alla violenza sulle donne, ma all’arrivo in sala ogni riferimento alla violenza di genere era sparito dai cartelli, e si faceva riferimento ad una “generica”  violenza.

L’introduzione della moderatrice, Teresa Pikala, spazza subito via ogni dubbio sull’impostazione che l’Associazione intende dare alla serata.

La Sig.ra Pikala introduce il tema: “ci sono vari tipi di violenza” dice  “fisica, sessuale, psicologica…” e subito arriva il primo campanello d’allarme. “C’è anche la violenza economica, quella cioè in cui un coniuge priva l’altro coniuge di risorse economiche.” Ah, ecco introdotto il tema della spoliazione dei padri separati  (infatti all’apertura del dibattito, puntuale, si presenterà il portavoce di zona dei padri separati, a denunciare quanto essi siano costretti a vivere sotto i ponti PER COLPA delle mogli che li dissanguano, con la complicità dei giudici).  La lobby dei padri separati

PAS (Sindrome di alienazione Parentale) la sindrome inventata. Un business sulla pelle dei bambini, una vendetta sulle donne che chiedono il divorzio

Come secondo esempio di violenza del giorno d’oggi la relatrice racconta il seguente episodio, che riporto più in dettaglio perchè parla da solo: “Ogni atto di violenza ha un responsabile, e spesso la colpa del comportamento dei figli è di genitori inaffidabili, infatti le notizie riportano il caso di due ragazze che, abbigliate in modo stravagante, e per di più con un ciuccio in bocca come accessorio, si recano a ballare in una discoteca. Un ragazzo le guarda, forse un po’ insistentemente, e loro lo aggrediscono e riempiono di botte”. Ma la giustizia è implacabile. Infatti “il giudice condanna le famiglie delle due ragazze a rifondere il danno al ragazzo perchè non le avevano educate bene”.
E questo sarebbe l’esempio indicativo della violenza che avvelena la nostra società? Femmine che picchiano i maschi!  (Non c’è più religione, signora mia.)
Ma non è tutto, il pièce de résistance è rappresentato dall’esperto invitato a parlare sull’argomento – generico – della violenza, il neuropsichiatra, medico chirurgo, omeopata Dott. Ghrewati Mohamed Baha’ El Din.  A questo punto sembra chiaro che di violenza di genere se ne parlerà solo come una delle tante versioni di violenza (dall’abbandono degli animali alle rapine?). L’esperto esordisce dichiarando che la violenza è una patologia (e già su questo si potrebbe dissentire) che viene scatenata dalle ingiustizie. Ma non attendetevi una critica sociale, l’esperto si concentra sulle piccole ingiustizie quotidiane (“mangiare, bere”…) che scatenano la violenza. Esempio di ingiustizia che può colpire un uomo: “non ti accettano il figlio all’università? Ingiustizia.” Altro esempio di ingiustizia: gli usurai (!!??) “L’usuraio è bugiardo, ladro, assassino. Bisogna combattere contro i bugiardi, i giornalisti sono bugiardi e distruggono la società” (VERBATIM)

Giuro.

Ma da dove nasce questo disturbo, questa mancanza di armonia interiore, questa vera e propria patologia che si chiama violenza? Semplice: siccome è la donna che educa l’uomo, (lo genera, lo cresce, lo accudisce) è compito della donna educarlo in modo sano; se l’uomo è violento è perchè non è stato educato bene dalla donna; la colpa, dunque, è della donna. Non sto scherzando, in questo video dell’ incontro del 25 novembre 2009 avvenuto sempre a Trezzano potete ascoltarlo dalla sua viva voce: “è colpa della donna”.

Da qui in avanti è tutto un rincorrersi di analisi e soluzioni deliranti: “l’uomo è violento perchè non fa l’amore con la moglie e gli viene il mal di testa”. I 5 problemi da eliminare nella società: 1) alcohol 2) droghe 3) calcio 4) sesso 5) si uccide per amore (testuale, io non c’entro!!)

Cosa si può fare: “Raccomandare il bene, evitare il male”. A tratti sembrava di essere in fila dal salumiere, o alla posta, cioè in quei momenti che tutti noi conosciamo e  che sembrano ispirare la produzione più abbondante di banalità.

“Come sappiamo c’è una diversità enorme fra l’uomo e la donna, e si possono elencare 3 differenze fondamentali: 1) orgasmo molto più forte (quello della donna, non confondiamo! n.d.r.) 2) parto 3) allattamento. Ecco perchè la mentalità della donna è tutta diversa. Ci vuole attenzione verso la femmina. Ma in ultima analisi se la donna non educa l’uomo c’è ingiustizia, e quindi violenza”.

E con questo corto-circuito ideologico si conclude l’intervento dell'”esperto”.

L’intervento della Dott.ssa Mangiarotti, ginecologa della Medica, riporta sorprendentemente il discorso sulla violenza DI genere, ma si esaurisce in uno sterile elenco di cifre, senza alcuna analisi o  commento. Elenca le cifre e le percentuali ISTAT che ognuno di noi può trovare facilmente in rete, e introduce quello che poi confermeranno i due comandanti dei Carabinieri: la violenza sulle donne è trasversale a tutti i livelli socio-culturali, e non c’è correlazione fra abbigliamento e stupro: vengono stuprate donne vestite in qualunque modo, di qualunque età, qualunque aspetto, in qualunque orario. A ulteriore conferma di ciò che le associazioni in difesa delle donne dicono da sempre, e cioè che lo stupro non è scatenato dal desiderio ma dall’odio e dalla volontà di dominio (in altre parole gli uomini uccidono le donne ma NON per amore, al contrario di ciò che affermava il neuropsichiatra).

La serata, come dicevo, prosegue con la descrizione, da parte dei due comandanti dei Carabinieri, della situazione delle donne maltrattate e del percorso che dovrebbero seguire per ottenere l’aiuto che lo stato può garantire loro, ma voglio separare il loro intervento da questa fiera dell’irrealtà, e ne darò conto in un altro post.

Leggi qui

L’orco che divora le giovani donne

Vorrei riproporre questa breve considerazione che Luisa Muraro (filosofa, saggista, co-fondatrice della storica Libreria delle Donne di Milano) ha scritto a settembre, cioè prima che scoppiasse l’ultimo scandalo sessuale del presidente del consiglio.Dà una lettura della questione chiara e condivisibile.

Aggiungo solo che, alla luce delle ultime rivelazioni sull'”uso” delle giovanissime da parte di ricchi e potenti uomini anziani, si tratta evidentemente di bambine allevate appositamente da quel lupanare virtuale che è la televisione affinchè, al bisogno,  si offrano volontarie per essere divorate dall’orco. Non chiamiamole puttane perchè, come dice Concita de Gregorio – Le altre donne – , come dovremmo chiamare quei “padri, i fratelli che rispondono, alla domanda è sua figlia, sua sorella la fidanzata del presidente: «Magari». Un popolo di mantenuti, che manda le sue donne a fare sesso con un vecchio perché portino i soldi a casa, magari li portassero!…”

La responsabilità delle donne
di Luisa Muraro

La responsabilità delle donne, sento dire: da quelle che si svestono per la mostra-mercato dei culi e dei seni, alias miss Italia, a quelle che si rivestono per offrirsi come pubblico idiota a Gheddafi, passando per le seminude in Tv e le nude sui letti di Putin.

D’accordo, ma ci vuole più precisione.

Lo spettacolo di donne che si prestano a un uso degradato del loro corpo e della loro mente, fa un danno considerevole: alimenta la misoginia, ostacola l’educazione delle persone giovani, avvilisce la qualità della televisione. Ma la responsabilità delle singole che partecipano a quello spettacolo non è più grande di quella degli operai che lavorano nelle fabbriche di armi. Che non vuol dire: nulla o minima. Non ho dato una misura, ho dato un criterio. Stiamo parlando di donne che, pur essendo libere, non hanno il potere di organizzare e decidere l’andamento delle cose in generale. La prima responsabilità ricade su coloro che questo potere lo hanno e lo usano per corrompere. E sono arrivati alla spudoratezza di chiamarla libertà femminile. Non assolvo nessuna e nessuno. Non mi piace la denuncia che campa sopra lo scandalo, ma lo scandalo c’è. Dico che le donne che si prestano a farsi strumento della volgarità dei potenti, portano una responsabilità che riguarda principalmente loro stesse, per quello che stanno facendo delle loro vite. Per il resto, per le conseguenze generali, la persona che si trova in basso nella scala sociale porta una responsabilità indiretta e la condivide con tutti noi.

La responsabilità delle donne

Profumo di libertà

Ci sono donne e ci sono sottosegretarie

Su La7 ieri c’era in collegamento la Santanchè. Si parlava di aziende che chiudono, che delocalizzano, che non esitano a spostare la produzione da una regione all’altra, mettendo dall’oggi al domani i lavoratori davanti al fatto compiuto e ad una scelta capestro: o accetti di farti 180 Km all’andata e 180 al ritorno o puoi stare a casa. Niente trattativa, niente discussione. Chi ha la proprietà dell’azienda decide, chi ci lavora obbedisce. In altre parole, parole antiquate, un po’ vintage, che non fanno in: il capitale comanda, il lavoro subisce. Però sono parole di verità.

In studio una donna, una  lavoratrice che dovrà accettare di andare a lavorare dalla provincia di Torino alla provincia di Milano, di consumare lunghe ore nei trasferimenti, lunghe ore sottratte alla famiglia, al tempo libero, alla vita.

E in collegamento un’altra donna, una sottosegretario salsignore a cosa, che dall’alto della sua posizione privilegiata (stiamo parlando di uno stipendio mensile maggiore di quello annuale della sua interlocutrice) si è permessa di usare tono e parole sferzanti.

Come dice Angelo D’Orsi su Micromega:

“La Santanché, specialista della rissa, già berlusconiana, poi antiberlusconiana, quindi superberlusconiana, ha blaterato, facendo uscire dalle labbra perfettamente disegnate da un compiacente lips-stylist, dicendo che lo sciopero era cosa obsoleta, che lei avrebbe “stretto i denti” (!?) e si sarebbe presentata regolarmente al lavoro tutte le sante mattine che dio manda in terra. Ad Assago. (Me la vedo!).”

Ci son donne un po’ così, inutili e dannose.