DAL LAVORO ALL’EMANCIPAZIONE FEMMINILE

L’azienda,  luogo di emancipazione per le donne, scuola di democrazia per tutti.

In un mondo che cambia la fabbrica assume un’importanza marginale rispetto al passato. Ma è lì che le donne hanno costruito la consapevolezza della propria forza, che hanno scoperto l’impegno e la lotta per i diritti, trasformando così una battaglia per l’emancipazione, che fino ad allora era patrimonio delle donne benestanti, in un momento di partecipazione dal basso, di democrazia e di libertà per tutte. Forse lo abbiamo dimenticato, ma ora come allora IL PRIVATO E’ POLITICO.

Advertisements

La mia fabbrica

L’altro giorno, ascoltando le recriminazioni e le raccomandazioni che Landini, Fassino e D’Alema si sono lanciati reciprocamente, di provare a lavorare in fabbrica (Landini comunque è l’unico dei 3 che lo ha fatto veramente) con la forza di una saetta mi è tornato  alla mente  un libro che ho letto tanti tanti anni fa, quando ero una giovane ragazza idealista. E’ “La Condizione Operaia” di Simone Weil, la giovane intellettuale (filosofa e mistica) francese che negli anni 30 avrebbe potuto starsene tranquillamente a insegnare al liceo ma volle invece fare una scelta radicale e coerente, abbandonando la scuola e andando a lavorare in fabbrica. Da questa esperienza ne ricavò un danno permanente alla salute, che la porterà alla morte a soli 34 anni, e appunto questo libro.

Ricordo ancora l’impressione e l’influenza che questo racconto ebbe su di me, e oggi, rileggendone alcuni passi, sento che, pur con l’immenso mare di esperienze, tristi e felici, difficili e belle, che mi separa dai miei 20 anni, io, in realtà, sono ancora – un poco – quella ragazza, idealista e intrepida, visionaria e intensa, che sceglieva di allearsi con chi aveva di meno e non con chi aveva già tutto (la parola e il potere). Certo, per molti, un’ingenuità.

Simone Weil, una mistica e una rivoluzionaria

la biografia

Da: La condizione operaia – Simone Weil – Ed. SE

Il 4 dicembre del 1934, Simone Weil fu assunta come operaia presso le officine della società elettrica Alsthom di Parigi […]. Inizia così la fase sperimentale della sua ricerca sull’oppressione sociale che si protrarrà fino all’agosto dell’anno successivo, con due pause imposte da una malattia e dalla difficoltà a trovare un nuovo impiego. Ricerca dolorosa, per il corpo sottoposto a una prova durissima, e per il pensiero costretto a verificare fino in fondo lo stato di abbrutimento fisico e morale a cui gli operai erano ridotti, la loro piena soggezione a un meccanismo produttivo impenetrabile al pensiero. Di questa ricerca Simone Weil volle registrare di giorno in giorno, quasi di momento in momento i dati oggettivi, le reazioni personali, le prove fisiche e psicologiche, i rapporti tra le persone, in una parola la realtà concreta della condizione operaia vissuta dall’interno. Al lettore viene così offerta una rappresentazione della vita di fabbrica condotta al limite della umana sopportabilità. Una rappresentazione fatta di situazioni, di dettagli, di impressioni fisiche e psicologiche, di descrizioni tecniche delle macchine e dei procedimenti di lavoro, di sofferenze e di angosce, ma anche di insperati momenti di gioia per un cenno di solidarietà o per il fugace sentimento di essere partecipi di una operosa vita collettiva piuttosto che succubi di un degradante asservimento al processo produttivo” (G. Gaeta).

Cara Albertine

[…]

Una volta ho avvertito intensamente, in fabbrica, quel che avevo presentito con te, dal di fuori. Era la mia prima fabbrica. Immaginami davanti a un gran forno, che sputa fiamme e soffi brucianti che mi arroventano il viso. Il fuoco esce da cinque o sei fori situati nella parte inferiore del forno. Io mi metto proprio davanti, per infornare una trentina di grosse bobine di rame che un’operaia italiana, una faccia coraggiosa e aperta, fabbrica accanto a me; quelle bobine sono per il tram e per il metrò. Devo fare ben attenzione che nessuna delle bobine cada in uno dei buchi, perché vi si fonderebbe; e, per questo, bisogna che mi metta proprio di fronte al fuoco senza che il dolore dei soffi roventi sul viso e del fuoco sulle braccia (ne porto ancora i segni) mi facciano mai fare un movimento sbagliato. Abbasso lo sportello del forno, aspetto qualche minuto, rialzo lo sportello a mezzo di tenaglie, tolgo le bobine ormai rosse, tirandole verso di me con grande sveltezza (altrimenti le ultime comincerebbero a fondere) e facendo anche più attenzione di prima perché un movimento errato non ne faccia cadere mai una dentro uno dei fori. E poi si ricomincia. Di fronte a me un saldatore, seduto, con gli occhiali blu e la faccia severa, lavora minuziosamente; ogni volta che il dolore mi contrae il viso, mi rivolge un sorriso triste, pieno di simpatia fraterna, che mi fa un bene indicibile.

Dall’altra parte, lavora una squadra di battilastra, intorno a grandi tavoli; lavoro di squadra, compiuto fraternamente, con cura e senza fretta. Lavoro molto qualificato, dove bisogna saper calcolare, leggere disegni complicatissimi, applicare nozioni di geometria Continue reading