Il demone della tempesta, portatore di disgrazia, malattia e morte? E’ una donna, of course. Da distruggere.

Ragazzo1: ok alle kodak però strappi il rullino, a loro cosa facciamo, strappiamo le ovaie?

Ragazzo 2: ahahah no, pensavo più a divertirti e quando ti sei scocciato le lasci legate al guardrail sull’A4, cose del genere

Ragazzo 1: beh ma così non c’è gusto…meglio farlo a sorpresa..”amore ti porto a Como” e dopo 20 km apri la portiera in corsa, lasci l’acceleratore per darle un calcio laterale e farla andare in terza corsia… in fondo a loro sono sempre piaciute le sorprese.

Ragazza: i tipi sono usa e getta, come i fazzoletti

Ragazzo 1: ahahahahah sto male! Alla ragazza:  ahaha siete brave in questo

Ragazza: anche voi siete molto bravi…ci compensiamo a vicenda

Ragazzo 1: eh ma voi lo fate con “classe”, siete attrici hollywoodiane!

Ragazzo 2: la donna è opportunista!

Questo dialogo, che mi è capitato di leggere su Facebook, non è l’invenzione di qualche autore di crime fiction, ma è fin troppo reale,  ne ho salvato lo screenshot e ho ottenuto dagli autori il permesso di utilizzarlo, nell’anonimato.

Gli autori sono quelli che chiameremmo ragazzi normali, dai quali l’unico comportamento deviante prevedibile è forse un’infrazione per eccesso di velocità. La ragione per cui cito quello che è uno degli  esempi di violenza verbale nel denso magma di odio che circola sul web, e fuori, è proprio per focalizzare l’attenzione su 2 aspetti:

Il primo aspetto è l’enormità del fenomeno, che va dalle battute misogine da cortile di liceo, ai post lividi di odio dei blog, dalla propaganda martellante di certe sospette associazioni di padri separati o anti-femministi, a certe affermazioni sconcertanti sulle – sempre più illeggibili – riviste femminili.  Forse il peggiore è il blog dell’ormai famigerato Claudio Risè (Leiweb, un altro off-shoot del Corriere)  anche per il tono di scientificità… Anche se non raggiungono la potenza del mezzo televisivo in termini di diffusione, i nuovi canali di comunicazione sono il nuovo veicolo dell’odio misogino.

Sul sito antifemminista SCUNF si legge:

“Ma le nazi-femministe sanno benissimo che stanno devastando dei bambini, e distruggere la famiglia è il loro scopo.  Il nocciolo duro del (nazi)femminismo sono femministe talmente accecate dall’odio contro gli uomini da diventare lesbiche. È inutile discuterci: vanno combattute.[…] Il (nazi)femminismo è ormai una associazione a delinquere, che deve essere combattuta così come si combatte la mafia.  Queste pedo-criminali manipolatrici hanno contagiato le istituzioni…”

La profondità di questo odio ci racconta della paura dello schiavo di perdere l’unica àncora che gli impedisce di sentirsi totalmente sopraffatto dal potere, di perdere l’unico essere che ancora possa dominare, la cui obbedienza e sottomissione preservano al suo mondo una parvenza di ordine. Quando la donna non è più disposta a sostenere questo ruolo si scatenano i deliri, di cui riporto solo alcune delle inesauribili proposte della rete.

Inoltre:

La femminista è un aborto che cammina, abortita allo stadio genetico (!) Essere femminista è essere deficiente, emozionalmente limitata: il femminismo è una malattia di deficienza e le femministe sono storpie emotive.

Questi blog hanno una circolazione elevata, le pagine collegate a facebook registrano migliaia di contatti e di “mi piace”.

Ma anche in luoghi insospettabili come il blog delle giornaliste del Corriere  “La 27esima ora”,  si nasconde il pregiudizio misogino, spacciato per equità. Questo il linguaggio del titolo di un post del 20 febbraio 2012, scritto da una giornalista: “Mi vergogno delle donne (giovani) senza figli che chiedono il mantenimento all’ex”  post che ha ottenuto quasi 300 commenti – quelli maschili particolarmente virulenti – nonostante questo fatto statistico sia marginale, ma si ritaglia una visibilità più alta rispetto all’enorme problema dell’impoverimento delle donne separate con figli a carico. Di nuovo il linguaggio che ci colpevolizza, questa volta per la nuova emergenza dei padri separati, che è un dato distorto come dice chiaramente l’Istat (Nel 2008  solo il 24,4% degli uomini separati, divorziati o riconiugati ha versato regolarmente denaro per l’ex coniuge o per i figli, percentuale che sale al 36% se al momento della separazione erano presenti figli minori.
I versamenti sono stati effettuati per l’ex coniuge nell’8,5% dei casi e per figli nel 15,9%; quest’ultima percentuale sale al 26,4% se al momento della separazione erano presenti figli minori.)
Cifre che parlano da sole, ma evidentemente non scalfiscono il pregiudizio.

L’altro aspetto è la questione del supporto, del sostentamento, che le parole offrono alle azioni violente contro le donne, azioni violente che si alimentano di parole violente. Parole di derisione, di svalorizzazione nelle pubblicità, nelle battute, parole di disprezzo verso giovani donne preda, più o meno consapevolmente, dei potenti di turno, pronunciate spesso da altre donne che si prestano, assurdamente,  al gioco della divisione fra donne per bene e donne per male. Perfino mancanza di parole, quando in cronaca appare l’ennesima violenza ad una donna e la vittima scompare quasi subito dai radar mediatici, mentre, invariabilmente, significativamente, i riflettori si spostano sull’aggressore, che diventa “il” personaggio della tragedia, il soggetto dell’articolo, e di cui vengono descritti minuziosamente i deliri, le problematiche, valutate le istanze e le inevitabili scusanti. La vittima della violenza di genere esce di scena tanto in fretta che nel lettore fatica a scattare quel sentimento di compassione e solidarietà così comune in ogni altro caso di aggressione.

Cito un titolo a caso: “FOLLE DI GELOSIA STRANGOLA LA MOGLIE DOPO UN LITIGIO (il soggetto del titolo non è mai la vittima, bensì il carnefice) Dal giornale L’Arena di Verona, anche l’articolo si concentra subito sull’omicida:

“L’ha uccisa perché non voleva perderla. L’ha uccisa perché era geloso e perché lui non voleva che il loro matrimonio finisse o che ci fosse qualcun altro fra loro. L’ha strangolata con un foulard in camera da letto…”

Tornerà, la vittima, alla ribalta solo nel caso in cui sarà possibile sfruttarne il potenziale pruriginoso (…sopra quel letto in cui per anni si sono accoccolati…) che anzi più gli indizi sulla sua moralità sono vaghi e incerti più parole si possono vendere. (In Tv, il legale del militare accusato di stupro e tentato omicidio dell’Aquila dice: la ragazza  dovrà spiegare il perché e il motivo per il quale è uscita fuori dal locale con il freddo e la neve insieme al suo giovane coetaneo”. Dal Mattino online: le prime 7 righe con i nomi dei presunti stupratori, la vittima citata solo all’ottava riga, così: …dove sarebbe stato commesso lo stupro di una studentessa…  Su un totale di 27 righe non una parola per la vittima, nominata ancora di sfuggita alla riga 19 con l’espressione “conobbe e rimorchiò la studentessa”.

Questi sono solo 2 dei 1000 esempi di sparizione simbolica della vittima dai racconti sulla stampa.

Questa battaglia, questa lotta per l’emancipazione dal bisogno, dalla tutela opprimente, per l’affermazione di sé, per il rispetto sociale, si pensava che fosse già combattuta, e vinta;  che morte e ferite avessero già compiuto il proprio sacrificio per le future generazioni. E invece, regolarmente, ciclicamente, torniamo al punto di partenza, condannate a soffrire, ancora e ancora a causa di una rivoluzione mai  veramente portata a termine, forse in parte tradita. Per citare Adrienne Rich “la sparizione del passato storico e politico delle donne fa si che ogni generazione di femministe sembri essere un’escrescenza anormale della storia”. Questo succede appunto quando le nostre storie, e dunque la storia, vengono negate, manipolate e stravolte. Al punto che dichiararsi femminista oggi è ritenuto imbarazzante.

Alla luce dei fatti, penso che sia ora di abbandonare lo stupore indignato, l’incredulità dell’innocenza,  l’impotenza del vittimismo. E’ ora che ci sporchiamo le mani, noi donne, che alla recriminazione sostituiamo l’azione. Delegare tutta la gestione del sociale ma soprattutto del politico, senza voce in capitolo se non quella del lamento, significa accettare di vivere sotto tutela. Magari è riposante.  Ma come vediamo ogni giorno è una scelta mortifera.

Dobbiamo vigilare, denunciare e stroncare questi perversi meccanismi affinchè il clima di disprezzo e odio intorno a noi si prosciughi, anche attraverso un’alleanza al di là del genere e delle fittizie suddivisioni in categorie umane. Chiediamo una presa di coscienza da parte degli uomini che con noi stanno compiendo un cammino umano e politico, e da parte loro forti prese di posizione rispetto alla vergognosa tragedia delle uccisioni di donne nel nostro paese. Dissociatevi apertamente da certe storture ideologiche, fatevi sentire. Il privato è ancora e sempre politico.

 

 

 

Immagina…

Imagine that…

Immagina: alzarsi al mattino e vedere che hai un brufolo sul mento e non pensare che sia la fine del mondo. Ci metti sopra qualcosa e esci, perchè sei così felice con te stessa e del tuo spazio… che ti prendi il tuo spazio e non hai bisogno di chiedere scusa, chiedere scusa  per essere te stessa.

Immagina. Quello sarebbe un bel posto per vivere.

Immagina: alzarsi al mattino e vestirti senza neanche dover pensare se apparirai in un modo o in un altro, perchè sai che il tuo spazio nel mondo è assicurato, che ti è permesso essere qualunque cosa tu voglia o tu senta il bisogno di essere. Sei la benvenuta comunque.

Immagina…

Vi segnalo due siti di grande valore (in inglese):

Any-Body

e

Endangered Species

Entrambi trattano il problema della rappresentazione della donna nella società: nelle immagini pubblicitarie, nella cultura in genere, nel racconto quotidiano che descrive le donne con gli occhi degli uomini (e, ancora peggio, dei pubblicitari). Una rappresentazione che impedisce alle adolescenti di acquisire fiducia in sè stesse e di essere felici di loro stesse e di affrontare il mondo con le giuste armi, che le convince a rincorrere un’ impossibile immagine, forme impossibili, a stravolgere sè stesse, rinunciare alla loro vera forza, al loro valore e perdersi.

Lo abbiamo visto nel nostro paese, nella cronaca recente, la punta dell’iceberg di un fenomeno: ragazze che avrebbero potuto chiedere, pretendere il loro spazio di diritto nella società, decidere di abdicare, rinunciare alle loro più profonde potenzialità per diventare… niente, materia da toccare ma persone invisibili. Ragazze dipendenti da altri, governate ancora una volta da padri e fidanzati che addirittura, nella mentalità postribolare contrabbandata per liberazione sessuale che pare essere la cifra stilistica del nuovo millennio, non esercitano la loro autorità per proteggerle dal mondo, come in passato, ma per depredarle della loro vera femminilità, la cosa più profonda e autentica che hanno.

Lo vediamo nelle foto che compulsivamente le nostre adolescenti si scattano e pubblicano su Facebook , che non è altro che lo specchio che usavamo noi in assenza di FB, lo scrutare il nostro corpo nelle vetrine dei negozi per cercare di intuire come ci vedeva il mondo dall’esterno. Ancora e sempre questa mancanza di fiducia, questo non piacersi, questa ipercriticità verso il nostro corpo che spesso si trasforma in vero e proprio odio, e che può avere in non pochi casi conseguenze drammatiche: dalla promiscuità affettiva all’anoressia.

Tutto questo nella più totale incomprensione del mondo adulto che vede giovani donne agghindate in modo aggressivo e ammiccante e, ben lungi dall’immaginare le tempeste di emozioni che le agitano, i sentimenti contrastanti di paura e voglia di emergere, il desiderio di restare piccole e allo stesso tempo di ostentare sicurezza, di “giocare” a fare le grandi e di “essere” grandi, riescono molto spesso a provare solo fastidio, o sentimenti ancor più negativi – e negati – come l’invidia.

Nel nostro paese la presa di coscienza sull’argomento, dopo un importante lavoro di ricerca avvenuto in passato ma che aveva seguito piste diverse anche per ovvie ragioni storiche e sociali, sta faticosamente cercando di tornare a farsi strada. Altrove, ad esempio in Inghilterra, esistono realtà consolidate di gruppi di studio, di pressione e di controllo, come i due siti indicati.

Il primo è stato riconosciuto di importanza culturale e scientifica tale da essere incluso nell’archivio della British Library per essere preservato per le future generazioni.

Il secondo ha organizzato un importante Seminario Internazionale a Marzo 2011 “Endangered Species International Summit” che ha per titolo “Contestare la cultura che insegna alle donne e alle ragazze a odiare il loro corpo“.  Tramite il PodCast si possono ascoltare gli interventi di artisti, studiosi, giornalisti, blogger, editori, fotografi e avvocati di varie nazionalità (in inglese).

Come diceva Ruby (no, non “la nostra” Ruby, ma la prima, vera Ruby, la rimpianta bambola antagonista di Barbie): ci sono 3 miliardi di donne che non sono come delle supermodelle e solo 8 che lo sono.

AUGURI Italia. La seconda Liberazione.

E la mia patria non è una azienda

Non è un franchising la mia famiglia

e il mio quartiere non assomiglia

né a una holding né ad una spa.

La mia figliola non è una troia

non le interessano i calendari

e la mia scuola non è una scala che porta la trono dell’imperatore .

Noi non siam più solo spettatori!

Noi non siam più sciocchi tele-utenti!

Scorron neuroni nelle nostre menti!

che parole voglion diventar.

Se son depressa non faccio shopping

vado a parlare con un vicino

e le domande sul mio destino

non vado a farle al Costanzo show.

Ed il mio tempo non è denaro

ma il mare aparto dei sentimenti!

Le vele al vento del mio pensiero

finché quel vento resisterà.

Canto della guerra di liberazione

 

 

Farsi 10 fermate di metrò con una donna nuda davanti al naso

[AGGIORNAMENTO: dal 3/3/2011, giorno della pubblicazione di questo post, a oggi 10/7/2013, non è cambiato niente. Anzi, contiamo qualche centinaio di donne uccise nel frattempo, una manifestazione a sostegno del puttaniere organizzata da Ferrara, l’ennesimo tentativo di rinviare un processo…].

In questo periodo ho cercato su giornali, sulla rete, nei blog e sulle riviste on-line ma non ho trovato una riflessione onesta sul problema del sessismo nella società (continuerò a cercare). Problema che è della società intera, non solo delle donne, anche se in un modo o nell’altro quando c’è una vittima stiamo tranquilli che è una donna (chi deve sacrificare il lavoro per la famiglia? chi viene stuprata in casa e fuori casa? chi viene uccisa sia che si trovi sul metrò, su un viale di periferia, in salotto o all’uscita di una palestra? una donna o una ragazzina, una femmina della specie).

In realtà una riflessione onesta che coincide perfettamente con il mio pensiero l’ho trovata, però è stata elaborata da un partito che non è il mio. Poco importa, la posto lo stesso perchè la questione precede la politica e va oltre la politica: le discriminazioni hanno una storia vecchia e anche se la politica (miracolosamente, in questo periodo) favorisse l’approvazione di  provvedimenti per favorire l’effettiva parità dei generi, non andremmo molto lontano se non si scardinano certe abitudini mentali che sono l’humus su cui continua a prosperare la violenza di genere. E violenza è anche disprezzare (e anche con un certo livore) le ragazze che offrono prestazioni sessuali per denaro, come se il nostro problema fossero loro e non gli schifosi potenti che comprano ragazze, vendono prodotti con campagne pubblicitarie sessiste fuori controllo e infine predicano l’etica cristiana nella società. Contro questi tristi figuri non c’è abbastanza disprezzo, nè sufficiente livore.

Calendario Pirelli

Le ultime vicende di Berlusconi ripropongono, ancora una volta e all’ennesima potenza, l’utilizzo maschile del potere per comprare i corpi di giovani donne. La vera questione, che purtroppo in troppi, anche a sinistra, evitano di affrontare è quella dell’immagine maschile delle donne che emerge dallo stillicidio di scandali che segnano da tempo il dibattito pubblico. Quella che va in scena è la rappresentazione estrema di una concezione, ben più diffusa, che associa all’esercizio del potere maschile la pretesa di servirsene per comprare, utilizzare ed esibire il corpo delle donne. Ciò che colpisce, però, nelle prime espressioni di indignazione e mobilitazione lanciate in questi giorni contro il capo del governo e il suo comportamento, è proprio l’assenza di questa denuncia. Si rischia di prendere la scorciatoia, ben più comoda, di continuare a prendersela con l’anello debole del sistema, le donne “per male” del capo, per evitare di affrontare il cuore dello scandalo e chiamare in causa, oltre a Berlusconi, l’insieme della politica maschile e dei suoi esponenti. Non crediamo giusto, quindi, associarci a campagne che si riducano a una presa di distanza dalle cattive ragazze per portare in piazza quelle perbene, evitando di denunciare l’essenza stessa del patriarcato e della violenza maschile che alimenta l’intera vicenda. Questo tipo di impostazione trova sostenitori troppo convinti tra i molti uomini che, pure in questi giorni, non hanno speso una parola, sui giornali o nel dibattito politico, per denunciare il sessismo di Berlusconi, scivolando invece in battute misogine sulle donne di cui si serve.
Vogliamo manifestare contro i rapporti sociali di genere che fanno di Berlusconi un esemplare della maggioranza degli uomini italiani, contro la misoginia che lo caratterizza. Non vogliamo cavarcela dicendo che non siamo come quelle che si mettono in fila per il bunga-bunga. Preferiamo denunciare che pochi, soprattutto nelle istituzioni, hanno detto “Esistono altri uomini”.

Sinistra Critica


Per favore non difendete il mio onore.

Cito: “La violenza sulle donne dunque era per voi il nostro quotidiano appuntamento di ricamo e cucito?” Da:  Non ho mai indossato un giro di perle, pirla

Domenica 13 febbraio ci ritroveremo ancora, come il 29 gennaio, in piazza (questa volta Piazza Castello, ore 14,30) per dire chiaramente che i messaggi culturali sessisti su cui tanto bene si è innestato il berlusconismo, ci fanno letteralmente schifo.

Io ci sarò non perchè abbia bisogno di rivendicare un’onorabilità che non ho mai collocato in mezzo alle cosce.

E non parlo neanche della morale (o presunta mancanza di) delle prostitute, donne che, per citare Luisa Muraro, “pur essendo libere, non hanno il potere di organizzare e decidere l’andamento delle cose in generale. La prima responsabilità ricade su coloro che questo potere lo hanno e lo usano per corrompere. E sono arrivati alla spudoratezza di chiamarla libertà femminile.” […] Perchè la persona che si trova in basso nella scala sociale porta una responsabilità indiretta e la condivide con tutti noi.”

Mi riferisco invece  alla morale sessista (e sessuofoba) responsabile di questo triste spettacolo in cui  giovani ragazze  fanno delle enormi marchette (perchè santo cielo ci vuole stomaco, nel caso in questione…) col beneplacito di tutti, parenti compresi, finchè non finiscono nei guai. A quel punto vengono scaricate da tutti.

Ma come facciamo a non capire che noi tutti dovremmo sentirci responsabili, almeno in parte, per quello che sta avvenendo? Chi ha lasciato che certi messaggi passassero senza battere ciglio? Anche a sinistra? Quando è stata l’ultima volta che il problema del sessismo in TV è stato sollevato con fragore mediatico, anche a sinistra? Chi, oltre a sollevare snobisticamente un sopracciglio a programmi che mettevano giovani donne a cuccia sotto un tavolo di plexiglass, ha gridato BASTA, queste sono le nostre figlie, possiamo noi guardarle andare al macello e tacere??

Ma da un pezzo, forse da sempre, anche a sinistra, la questione femminile viene considerata secondaria, un po’ demodè, o viene trattata solo parzialmente, come se chiedere occupazione o una maggiore rappresentatività politica femminile potesse prescindere dalla visione globale che delle donne si ha. Quando ancora tanti stereotipi, spesso osceni, circolano incontrastati per la penisola, e nelle vene,  che vogliamo? Lavoro e potere per le donne? Figuriamoci!  Meno violenza? E infatti si vede! Quando si contribuisce al successo di tanti programmi in cui giovani smutandate sculettano e squittiscono come decerebrate  per la gioia dei telespettatori, non si ha poi diritto di fare i moralisti. Chi le paga, in pratica, per dimenticare il loro potenziale umano e diventare vuoti corpi ridanciani? Quegli stessi clienti guardoni che hanno bisogno di catalogare le donne in buone di qua, da sposare, e troiette di là, da usare per il proprio intrattenimento.

Sabato siamo in piazza anche per arginare lo strapotere dell’uomo più ricco, incontrastato e sudicio della penisola.   Ma qualcuno, uomini soprattutto ma anche  donne, si faccia un bell’esame di coscienza laico: meno moralismo e più consapevolezza non guasterebbero, nell’anno del signore 2011.

un altro mito misogino, la donna pericolosa

Il femminismo, con tutte le sue sfaccettature, è ancora la risposta.

Il maschilismo, con il suo carico di odio verso il femminismo, spesso con patetica fantasia definito nazi-femminismo , NO.

Queste descrizioni della situazione delle donne nel mondo sono una risposta, assolutamente incompleta, agli attacchi ricevuti da sedicenti organizzazioni di liberazione del maschio… vedi qui. Con questo ritengo chiusa la discussione, non certo per vittoria numerica di abusi (che anche così sarebbe fin troppo facile, purtroppo), ma per manifesta marginalità culturale e sociale di queste lobby di arrabbiati. Sono uomini che confondono il rispetto di sè con il desiderio di rivalsa, e tristemente non riconoscono che ciò che li agita è la paura atavica della donna, e la stizza di vedere il proprio ruolo dominante sempre meno riconosciuto. Così hanno elaborato una proposta ideologica priva di fondamento, in grado di esaltarli, ed esaltarne la mascolinità,  ma che non risponde ai requisiti di attendibilità storica, antropologica e sociologica. In una parola: si sono inventati una “narrazione” di ingiustizia di genere al contrario, supportata da una trita aneddotica e da una casistica assolutamente trascurabile.E anche laddove certe situazioni di disagio maschile andrebbero approfondite, la loro proposta culturale non risponde affatto alle esigenze e alle nuove sfide della vita odierna, ma è una battaglia di retroguardia.

Conservatori nell’animo, incapaci di una vera presa di coscienza e di un sincero desiderio di comunicare e confrontarsi con le donne, si chiudono nel loro feudo reazionario, fatto spesso di insulti, pesante sarcasmo o attacchi rabbiosi, convinti di esprimere un’arguta ironia, ma dimostrando solamente, se ce ne fosse bisogno, la loro insensibilità e rifiuto della realtà. Ciechi a tutto per perdersi nella loro insensata e antistorica battaglia contro la libertà delle donne e, dunque, contro la libertà tout court.

Messico, Il martirio di Marisela

Uccisa in strada. Chiedeva giustizia per la figlia sedicenne Ruby, gettata in una discarica nel 2008

CACCIA AL KILLER: SOSPETTI SULL’EX COMPAGNO DELLA RAGAZZA, IL BANDITO BOCANEGRA

Messico, il martirio di Marisela

Uccisa in strada. Chiedeva giustizia per la figlia sedicenne Ruby, gettata in una discarica nel 2008

Marisela Escobedo Ruiz

WASHINGTON – Marisela Escobedo Ruiz chiedeva giustizia per la figlia brutalmente assassinata nel 2008. Ieri forse lo stesso killer l’ha freddata sparandole in testa. Un agguato non in un vicolo buio, ma davanti al palazzo del governo, nello stato messicano di Chihuahua. Le autorità locali dovrebbero pagare per questo delitto: sapevano che era stata minacciata e non ha fatto nulla per proteggerla. La battaglia solitaria di Marisela inizia nel 2008, quando la figlia sedicenne, Ruby, è uccisa e bruciata. Il cadavere è poi gettato in una discarica di Ciudad Juarez. Rispetto a centinaia di delitti insoluti, la polizia individua l’omicida: è il suo compagno, Sergio Bocanegra, un bandito vicino alla narco-gang dei Los Zetas. Lo arrestano un anno dopo e lo portano in giudizio. L’uomo confessa poi ritratta. A sorpresa viene assolto «per insufficienza di prove». Fonte

MESSICO

Gli omicidi senza fine di Ciudad Juàrez (Messico) 

A partire da gennaio 1993, è iniziata una strage ininterrotta di donne nella cittadina messicana di Ciudad Juàrez, situata in corrispondenza del confine con El Paso (Texas). Le stime più recenti riportano un numero superiore a 300 di giovani donne massacrate nello spazio di un decennio.

La maggior parte delle vittime è un’età compresa fra i 14 e 16 anni e si tratta di ragazze magre e dai capelli scuri che sono scomparse lungo le strade per andare al lavoro o tornare a casa alla fine della giornata.
I cadaveri, spesso selvaggiamente violentati e torturati, vengono scaricati nel deserto che si estende tutt’intorno la cittadina e nelle strade che costeggiano i terreni abusivi. In alcuni casi, le ragazze sono mutilate e sfigurate: diversi oggetti sono inseriti con forza nella vagina e nell’ano e/o il seno sinistro è mutilato. La modalità omicida preferita è lo strangolamento, a cui fanno seguito pugnalate ripetute e violente per distruggere il corpo.

La polizia è convinta che una notevole percentuale di vittime sia stata uccisa da protettori arrabbiati, spacciatori di droga, mariti gelosi e fidanzati brutali, ma almeno un terzo delle ragazze (quindi, un centinaio di vittime) potrebbe essere stato stuprato, mutilato e ucciso da uno o più assassini seriali, coinvolti o meno anche in rituali satanici. Fonte

 

EX YUGOSLAVIA

“Durante la guerra, migliaia di donne e ragazze furono stuprate, spesso con brutalità estrema. Molte di esse vennero detenute in campi di prigionia, alberghi o case private e costrette allo sfruttamento sessuale. In tante vennero uccise. Oggi, alle sopravvissute a questi crimini viene negato l’accesso alla giustizia. I responsabili delle loro sofferenze, membri dell’esercito, della polizia e dei gruppi paramilitari, circolano liberamente, alcuni accanto alle proprie vittime, altri addirittura in posizioni di potere” – ha dichiarato Nicola Duckworth, direttrice del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.

Stupri e altre forme di violenza sessuale sono avvenuti su scala massiccia durante la guerra degli anni 1992-95 in Bosnia ed Erzegovina. Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpij), istituito nel 1993 per punire gravi violazioni del diritto umanitario, violenza sessuale inclusa, è stato in grado di occuparsi solo di una piccola parte di casi: fino al luglio di quest’anno, aveva trattato 18 casi di violenza sessuale in Bosnia ed Erzegovina.

La Camera per i crimini di guerra, istituita nel 2005 nell’ambito della Corte di stato della Bosnia ed Erzegovina per seguire casi che il Tpij non potrebbe giudicare, ha condannato a oggi solo 12 persone per crimini di violenza sessuale. Migliaia di donne sopravvissute allo stupro hanno perso i loro parenti. Molte non sono in grado di trovare o mantenere un posto di lavoro a causa della loro fragilità psicologica e altre vivono senza una fonte fissa di reddito, in povertà, nell’impossibilità di comprare i medicinali necessari.

Poiché lo stupro continua a essere un argomento tabù, spesso le donne sono considerate con riprovazione piuttosto che come persone che hanno subito violenza e che hanno bisogno di essere aiutate a ricostruirsi una vita. Fonte

AFGANISTAN

“Hidden gendercide”, : il nuovo olocausto, il genocidio nascosto delle donne nel XX e XXI secolo. Un’esperienza vissuta con le Suore di Madre Teresa di Calcutta (di Ana Castro) ed il documento del DCAF, Women in an Insicure World (tpfs*) [queste non sono femministe]

[…] Il mio compito era di visitare, due volte al giorno, il reparto maternità di un ospedale di Kabul. L’obiettivo di queste visite era quello di riuscire a sentire il pianto delle madri per recuperare le neonate gettate in secchi posizionati di fronte al loro letto. Pochissimo era il tempo a disposizione prima che la neonata morisse. Subito dopo il parto (per mancanza di ecografie) veniva annunciato al padre il sesso del nascituro. Se fosse nato maschio, il padre insieme a tutta la famiglia, avrebbe suonato delle campanelle nelle sue mani e celebrato immediatamente, se invece fosse nata una femmina, il padre avrebbe ricevuto le condoglianze e deciso di tenere oppure di sopprimere la bambina. Se la bimba fosse stata rifiutata, sarebbe stata gettata in un secchio d’acqua finché il personale delle pulizie dell’ospedale non l’avesse raccolta. Le suore passavano due volte al giorno per recuperare i corpi. Nell’ospedale nascevano circa 100 bambine ogni mese. Solamente l’1% delle neonate riusciva a sopravvivere al massacro, quelle recuperate entro i 10 minuti dal parto. Una sola bimba al mese salvata, dalle 10 alle 14 vite all’anno. Fonte

INDIA

In ogni caso, il matrimonio è il destino di ogni donna indiana. Con il matrimonio la donna diventa “proprietà del marito”: deve stare in cucina, accudire la casa e i figli e servire il marito, oltre a lavorare per procurare alla famiglia i mezzi di sostentamento.

Da un rapporto di Amnesty International, si stima che in India il 45 % delle donne sposate subiscono violenze fisiche e morali dai loro mariti. Il divorzio è legalizzato, ma per una donna questa scelta è molto difficile e rischiosa: significa spesso essere ripudiata dalla famiglia di provenienza, perdere la custodia dei figli e soprattutto essere emarginata senza possibilità di ricostruirsi una vita. Fonte

UZBEKISTAN

Profughe, tramite Radio Free Europe, hanno raccontato che alla frontiera, per garantirsi il passaggio in zona più tranquilla, hanno dovuto pagare il pedaggio ai soldati. Se per un uomo il pizzo è di 500 dollari, per una donna la tangente sale a 2000. Perché, è stato risposto loro, le donne uzbeke, in questi giorni, sono vittime di stupri, sevizie ed altre atrocità, i bersagli numero uno delle violenze e come tali devono pagare di più per garantirsi l’inviolabilità. Fonte1 e Fonte 2

BANGLADESH

In Bangladesh (e anche in India) a donne che hanno cercato di superare i limiti imposti dalla tradizione è stata inflitta una punizione atroce. Per le donne che non osservano le regole, gli uomini possono usare contro di esse terribili strumenti di ritorsione come il vetriolo.

Gettato sulla pelle, ne divora istantaneamente il tessuto, procura ferite e abrasioni simili alle ustioni da fuoco. Le donne ne hanno il viso sfigurato per sempre, spesso perdono la vista a uno o a entrambi gli occhi.

Un caso per tutti serve a raccontare l’inferno in cui precipitano alcune giovani donne, quelle per le quali – a differenza di molte loro coetanee di altri paesi – è una sfortuna essere avvenenti e piacere a un uomo: Shelina, tredici anni, accecata e sfigurata dall’acido da un ragazzo di diciotto anni al quale lei continuava a dire di no. Una sera quando Shelina era alla fonte con le amiche a prendere l’acqua, lui le ha gettato addosso l’acido. Il ragazzo si è dato alla macchia, non pagherà mai per il suo misfatto e la gente dice che se una donna offende l’orgoglio di un uomo, una punizione se la deve aspettare. Shelina è oggi un fantasma vivente, inguardabile, negata alla vita, innocente.

Il dolore provato da queste donne è indescrivibile. È fisico, è psicologico. L’’aggressione le trasforma in mostri, in maschere deformi, delle quali è spesso difficile reggere la vista. Perdono per sempre la loro identità di donne, la possibilità di essere spose, madri (evento gravissimo in un paese in cui essere nubile è ancora una vergogna per una giovane ragazza e per la sua famiglia). Queste disgraziate donne diventano dei reietti della società, dei pesi economici per le famiglie; creature che non osano più presentarsi al mondo, escono di casa segregate nel burkha anche quando non sono di fede islamica. Fonte

VARI STATI AFRICANI

La pratica dell’infibulazione faraonica ha lo scopo di conservare e di indicare la verginità al futuro sposo e di rendere la donna una specie di oggetto sessuale incapace di provare piacere nel sesso con il coniuge. I rapporti sessuali, attraverso questa pratica, vengono impossibilitati fino alla defibulazione (cioè alla scucitura della vulva), che in queste culture, viene effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio. Dopo ogni parto viene effettuata una nuova infibulazione per ripristinare la situazione prematrimoniale.

Le conseguenze per la donna sono tragiche, in quanto perde completamente la possibilità di provare piacere sessuale a causa della rimozione del clitoride e i rapporti diventano dolorosi e difficoltosi, spesso insorgono cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali. Ulteriori danni si hanno al momento del parto: il bambino deve attraversare una massa di tessuto cicatrizzato e poco elastico reso tale dalle mutilazioni; in quel momento il feto non è più ossigenato dalla placenta e il protrarsi della nascita toglie ossigeno al cervello, rischiando di causare danni neurologici. Nei paesi in cui è praticata l’infibulazione inoltre, è frequente la rottura dell’utero durante il parto, con conseguente morte della madre e del bambino. Fonte

KENIA E ALTRI

the common theme among practicing cultures is that dry sex practices create a vagina that is dry, tight, and heated–all desirable qualities for men in many countries. Wives express the need to please their husbands with dry sex in order to keep them from leaving and/or to minimize their number of girlfriends. Focus groups with men indicate this may often be the reality.

La definizione sesso asciutto, più notoriamente, con terminologia inglese dry sex, si riferisce alla pratica, particolarmente diffusa nell’Africa sub-sahariana, di ridurre al minimo le secrezioni vaginali mediante l’uso di diversi metodi sia chimici che fisici, in modo da rendere il canale vaginale completamente asciutto durante la penetrazione sessuale. Questa pratica ha l’obiettivo di accrescere l’intensità delle sensazioni maschili, ma viene applicata dalle donne soprattutto per evitare di essere considerate negativamente a causa dell’eventuale lubrificazione genitale derivante dal piacere sperimentato nel rapporto. L’uso di questa pratica può comportare un incremento della trasmissione di malattie sessualmente trasmissibili (MTS), in particolare l’Aids, a causa delle lacerazioni o infiammazioni provocate dall’attrito del pene all’interno della vagina. Inoltre tale pratica è evidentemente incompatibile con l’uso del profilattico Fonte 3

INDIA

female infanticide and foeticide in India, where an estimated ten million baby girls have been killed by their parents in the past twenty years.

Fonte

CINA

In September 1997, the World Health Organization’s Regional Committee for the Western Pacific issued a report claiming that “more than 50 million women were estimated to be ‘missing’ in China because of the institutionalized killing and neglect of girls due to Beijing’s population control program that limits parents to one child.” Fonte

For millions of couples, the answer is: abort the daughter, try for a son. In China and northern India more than 120 boys are being born for every 100 girls. Nature dictates that slightly more males are born than females to offset boys’ greater susceptibility to infant disease. But nothing on this scale. Fonte

INDONESIA

(test di verginità nelle scuole)

Ma perché una proposta  del genere può arrivare fino al parlamento?

La vicenda è lo specchio di una situazione in cui avviene un vero e proprio clash culturale in atto tra chi, nella società indonesiana, va ad adottare comportamenti più simili a quelli occidentali, mentre la classe dirigente si arrocca nel difendere una proposta molto restrittiva dei valori musulmani e propugna un controllo della moralità delle donne.

In questo scontro sono sempre le donne che vanno a rimetterci e vengono colpite nei diritti fondamentali Fonte

PALESTINA

Nella maggior parte dei casi ci sono donne che stanno a casa, come mogli, madri, casalinghe. Sono più legate alla tradizione e mandano avanti la famiglia. E magari si scontrano con un marito che non le lascia uscire. Esistono anche casi di donne che sono docenti universitarie ma poi hanno un marito che controlla completamente la loro vita […]

Sembrerebbe una società molto conservatrice e tradizionale. E’ sempre stato così?

No. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90 era tutto diverso. Diciamo da prima della Prima Intifada e fino al periodo immediatamente successivo. C’erano molte più donne attiviste, con un peso politico molto maggiore rispetto ad adesso.Dopo gli accordi di Oslo e il fallimento del processo di pace tutto ha iniziato a scivolare in un clima di depressione. Molti uomini si sono reinventati, trovando anche nuovi lavori, le donne hanno visto il loro ruolo bloccato e sono tornate a casa. I gruppi di donne più forti si sono organizzati secondo modelli femministi, le altre non avevano più voglia di fare nulla, non credevano più in niente. Poi nel 2000 con la Seconda Intifada tutto è cambiato ulteriormente. La situazione è diventata più conservatrice, si è diffuso un approccio sempre più religioso. La spiegazione è semplice, una società, ogni società, quando ha tanti problemi, dall’occupazione alla vita di tutti i giorni tende a rifugiarsi in qualcos’altro e ad affidarsi a dio. Si comincia a dire “Dio vuole così, dio è l’unico che può aiutarci”. E su questo fronte tutto il movimento religioso internazionale è cresciuto. Non solo l’Islam. Anche il Cattolicesimo. Tutte le religioni. Fonte

EUROPA

Situazione delle donne e degli uomini nell’UE

Ma qual è la situazione nell’UE per quanto riguarda la parità tra uomo e donna? I progressi compiuti vengono misurati ogni anno ed illustrati in una relazione sulla parità tra uomo e donna. Ecco alcuni esempi:

  • il tasso di occupazione delle donne aumenta, ma rimane inferiore a quello degli uomini, sebbene le donne rappresentino la maggioranza degli studenti e dei laureati;
  • le donne continuano a guadagnare in media il 17.8% in meno degli uomini per ogni ora lavorata – un dato che rimane purtroppo stabile;
  • le donne continuano ad essere sottorappresentate nelle posizioni che comportano responsabilità politiche ed economiche, anche se la loro percentuale è aumentata nel corso degli ultimi dieci anni;
  • la ripartizione delle responsabilità familiari tra uomini e donne resta poco equilibrata;
  • il rischio di povertà è superiore per le donne che per gli uomini;
  • le donne sono le principali vittime della violenza sessuale, inoltre donne e ragazze sono più esposte alla tratta di esseri umani. Fonte

… e per finire…

CACCIA ALLE STREGHE OGGI

Fonte(in inglese)

Queste sono le ultime parole di un assassino di donne, prima di suicidarsi. Da notare le forti analogie con le assurde accuse e petulanti recriminazioni delle lobby maschiliste italiane vedi qui

Please note that if I am committing suicide today … it is not for economic reasons … but for political reasons. For I have decided to send Ad Patres [Latin: “to the fathers”] the feminists who have ruined my life. … The feminists always have a talent for enraging me. They want to retain the advantages of being women … while trying to grab those of men. … They are so opportunistic that they neglect to profit from the knowledge accumulated by men throughout the ages. They always try to misrepresent them every time they can.

DAL LAVORO ALL’EMANCIPAZIONE FEMMINILE

L’azienda,  luogo di emancipazione per le donne, scuola di democrazia per tutti.

In un mondo che cambia la fabbrica assume un’importanza marginale rispetto al passato. Ma è lì che le donne hanno costruito la consapevolezza della propria forza, che hanno scoperto l’impegno e la lotta per i diritti, trasformando così una battaglia per l’emancipazione, che fino ad allora era patrimonio delle donne benestanti, in un momento di partecipazione dal basso, di democrazia e di libertà per tutte. Forse lo abbiamo dimenticato, ma ora come allora IL PRIVATO E’ POLITICO.