“UN BUON CAPRO ESPIATORIO VALE QUASI QUANTO UNA SOLUZIONE” – A. Bloch

LA NARRAZIONE FANTASTICA SUGLI IMMIGRATI E IL DATO DI REALTA’ – LEGGI

Dal sito “IL Corsaro – l’altra informazione” Riassumendo:

  1. Italia 4° paese in Europa per numero di nuovi immigrati, 6° per numero di richieste d’asilo
  2. Pil prodotto dal lavoro degli immigrati: 11%; contributi Inps versati da lavoratori stranieri: 9 miliardi; stanziamenti statali a favore degli stranieri: 3% della spesa sociale
  3. Spesso accettano paghe da schiavi: è vero, e gli schiavisti sono tutti italiani
  4. Aumento dell’immigrazione dal 1991 al 2007: 246%; aumento dei reati dal 1991 al 2007: trascurabile (Istat)
  5. Ebola: non un caso in Italia (novembre 2014)
  6. Aiutiamoli a casa loro:  l’Italia destina alla cooperazione lo 0,2% del Pil (zero virgola due) collocandosi agli ultimi posti per stanziamenti fra i paesi occidentali.
  7. Graduatorie per la casa popolare:  solo il 10-20% degli stranieri che presentano domanda ottiene l’assegnazione
  8. Chiese vs Moschee: il diritto di culto è sancito dalla Costituzione della Repubblica Italiana, fine della discussione.
  9. Invasione musulmana: il maggior numero di immigrati in Italia sono rumeni, cristiani ortodossi; seguono “non praticanti”, “musulmani” e infine “atei”.
  10. immigrazione-risorsa-o-minaccia-4-728

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    Richieste di asilo

Quaderni Viola “Sebben che siamo donne. Femminismo e lotta sindacale nella crisi” – Una recensione

QUADERNI VIOLA

Recensione dal Manifesto dell’8/1/2012

DONNE E SINDACATO AL TEMPO DELLA CRISI
Francesco Piccioni

Che la crisi in corso sia un mostro mai visto prima, ormai lo capiamo in tanti. Che nel suo svolgersi travolga in misura differenziata soggetti e figure sociali, anche. Ma l’attenzione con cui le donne colgono lati nascosti di questa crisi diventa un aiuto in più per chi – volente o nolente – ci sta dentro e ha necessità trovare vie d’uscita. Collettive, naturalmente. L’agile libretto dei Quaderni Viola “Sebben che siamo donne. Femminismo e lotta sindacale nella crisi” (Edizioni Alegre, appena 5 euro) parte col piede giusto. Il contributo di Lidia Cirillo e Giovanna Vertova, infatti, individua nella crisi la più classica delle “occasioni” con cui il capitalismo di trova ciclicamente a dover reagire al sempre possibile “crollo”. E fin qui lo ha fatto distruggendo alla grande il “capitale in eccesso” derivante dalla sovrapproduzione: capitale finanziario, industriale, mercantile, umano. La guerra, dunque, come ripristino delle condizioni di penuria, riscrittura delle gerarchie globali e occasione di rimessa in moto dell’accumulazione. Fin qui siamo nel noto. Il passo avanti teorico, anche se ancora appena accennato, sta nel vedere all’opera in questa crisi meccanismi che la rendono «endemica e di lunga durata»; in cui la distruzione di capitale agisce fin da subito per vie nuove. E l’impoverimento generale delle popolazioni, la demolizione programmata del “modello sociale europeo”, ne fanno parte a pieno titolo. Al pari e forse più delle guerre vere e proprie condotte però contro paesi «a bassa intensità di capitale», che quindi – pur distrutti – non possono ri-attivare un’accumulazione globale in contrazione. Il grosso del contributo, come si diceva, è però il ruolo delle donne nella lotta sindacale. Non siamo più al tempo delle mondine, che commuovevano perché in fondo poche e “diverse” dalla condizione femminile canonizzata. Oggi le donne, ancorché sottopagate rispetto agli uomini e con un tasso di occupazione inferiore, costituiscono un quota molto rilevante del lavoro salariato: quasi il 40%, in Italia. Ed anche qui l’impostazione di questo gruppo di ricercatrici e protagoniste dell’azione sindacale muove un passo originale rispetto ad altre posizioni storiche nel movimento femminista. Non c’è infatti una ricerca finalizzata alla costruzione di una «piattaforma delle donne», ma a una comune «per il lavoro femminile e maschile, in cui sia presente la dimensione di genere». Lavori in corso, naturalmente, intorno a grandi gruppi problematici al momento racchiusi sotto i titoli «Diritti uguali o differenti», «salario sociale o reddito di esistenza?», «il lavoro di riproduzione e di cura». Lavori in corso perché le differenze teoriche sono in via di limatura, ma – ad esempio sul “salario sociale” – le pratiche rivendicative non hanno ancora prodotto risultati consistenti e bisogna pur sempre contemperare la definizione degli obiettivi con l’inesistenza – nella storia italiana – persino di un reddito di disoccupazione quantitativamente accettabile per durata e dimensioni. Stimolante.

Edizione Alegre – 5 Euro

 

 

 

Ci sono donne e ci sono sottosegretarie

Su La7 ieri c’era in collegamento la Santanchè. Si parlava di aziende che chiudono, che delocalizzano, che non esitano a spostare la produzione da una regione all’altra, mettendo dall’oggi al domani i lavoratori davanti al fatto compiuto e ad una scelta capestro: o accetti di farti 180 Km all’andata e 180 al ritorno o puoi stare a casa. Niente trattativa, niente discussione. Chi ha la proprietà dell’azienda decide, chi ci lavora obbedisce. In altre parole, parole antiquate, un po’ vintage, che non fanno in: il capitale comanda, il lavoro subisce. Però sono parole di verità.

In studio una donna, una  lavoratrice che dovrà accettare di andare a lavorare dalla provincia di Torino alla provincia di Milano, di consumare lunghe ore nei trasferimenti, lunghe ore sottratte alla famiglia, al tempo libero, alla vita.

E in collegamento un’altra donna, una sottosegretario salsignore a cosa, che dall’alto della sua posizione privilegiata (stiamo parlando di uno stipendio mensile maggiore di quello annuale della sua interlocutrice) si è permessa di usare tono e parole sferzanti.

Come dice Angelo D’Orsi su Micromega:

“La Santanché, specialista della rissa, già berlusconiana, poi antiberlusconiana, quindi superberlusconiana, ha blaterato, facendo uscire dalle labbra perfettamente disegnate da un compiacente lips-stylist, dicendo che lo sciopero era cosa obsoleta, che lei avrebbe “stretto i denti” (!?) e si sarebbe presentata regolarmente al lavoro tutte le sante mattine che dio manda in terra. Ad Assago. (Me la vedo!).”

Ci son donne un po’ così, inutili e dannose.


DAL LAVORO ALL’EMANCIPAZIONE FEMMINILE

L’azienda,  luogo di emancipazione per le donne, scuola di democrazia per tutti.

In un mondo che cambia la fabbrica assume un’importanza marginale rispetto al passato. Ma è lì che le donne hanno costruito la consapevolezza della propria forza, che hanno scoperto l’impegno e la lotta per i diritti, trasformando così una battaglia per l’emancipazione, che fino ad allora era patrimonio delle donne benestanti, in un momento di partecipazione dal basso, di democrazia e di libertà per tutte. Forse lo abbiamo dimenticato, ma ora come allora IL PRIVATO E’ POLITICO.

LETTERA DI ROSALINDA A MARIA STELLA

 
La lettera di una mamma al Ministro Gelmini scritta più di un mese fa. Qualcuno l’ avrà già letta su FB, ma merita di essere ripresa.

Gentile Ministro Gelmini,

l’altro giorno, leggendo la sua intervista sul Corriere della Sera, in cui dichiarava che l’ASTENSIONE OBBLIGATORIA DOPO IL PARTO è un privilegio, sono rimasta basita.

Che lei fosse poco ferrata sui problemi dell’educazione, non era necessaria la laurea in pedagogia, che io possiedo e lei no, o i tre corsi post laurea, che io possiedo e lei no, visto quello che sta combinando alla scuola statale. Ma almeno speravo avesse competenze giuridiche, essendo lei avvocato ed io no.

Certo, dato che lei, ora paladina della regionalizzazione, si è abilitata in “zona franca” (quel di Reggio Calabria), perché più facile (come da lei con un’ingenuità e candore imbarazzante affermato), lo si poteva supporre. E allora, prima le faccio una piccola lezione di diritto e poi parliamo d’educazione. L’astensione dopo il parto, sulla quale lei oggi con tanta leggerezza motteggia, è definita OBBLIGATORIA ed è un diritto inalienabile previsto da quelle leggi, per cui donne molto più in gamba di lei e di me, hanno combattuto strenuamente, a tutela delle lavoratrici madri.
Discorso diverso è il congedo parentale, di cui si può fruire, dopo i tre mesi di vita del bambino, per un totale di 180g, solo in parte retribuiti integralmente. Ovviamente per persone come lei, con un reddito di oltre 150.000 euro l’anno, pari quasi a quello del governatore della California Arnold Schwarzenegger, discutere di retribuzione, in questo caso più che un privilegio, è un’eresia.

Ovviamente lei non può immaginare, perché può permettersi tate, tatine, nido “aziendale” al ministero, ma LA GENTE NORMALE, che lei dice Continue reading