CONFESSA CHE TI HA STUPRATA!

Il caso della turista australiana trovata sanguinante a Roma. Dopo un rapporto sessuale con un ragazzo di origine tunisina viene ricoverata con brutte lesioni e un sospetto di violenza sessuale. Dopo le prime cure si rifiuta di denunciare il ragazzo, dichiarando che il rapporto è stato consensuale.

E qui inizia la bagarre.

La ragazza, sola in Europa con un paio di amiche e senza la famiglia o qualcuno che le stia vicino e la possa tutelare,  viene fatta visitare da una psicologa la quale RILASCIA DICHIARAZIONI ALLA STAMPA sulle condizioni personali e psicologiche della sua paziente!

Da Femminismo a Sud: La psicologa attraverso i media afferma che:

– «E’ stata stuprata»
– «Non ha ammesso la violenza per vergogna»

– «ha subito uno stupro», ma ha deciso di «non denunciarlo». Ne è convinta la psicologa (…)

– «La giovane  ha deciso di non denunciare la violenza subita per un sentimento di vergogna. Immagino che l’abbia fatto per liberarsi dal peso mediatico che l’ha circondata immediatamente in queste ore e per evitare la trafila giudiziaria che l’avrebbe attesa. Una risposta emotiva diffusa tra le donne che subiscono aggressioni di questo tipo».

– «Credo di non essere tanto lontana dalla verità – prosegue – rispetto all’avvenuto abuso sessuale, perchè per la giovane ammettere la violenza si sarebbe tradotto anche nel dovere rimanere a Roma, mentre non vede l’ora di andare via dall’Italia e lasciarsi alle spalle l’intera vicenda».

– La dottoressa ci tiene a precisare che questa è solo una sua supposizione, ma dice pure di essere certa che non è tanto lontana dalla verità «Ho avuto modo di stare vicino alla ragazza – racconta – Anche se non sono io a seguirla, ho potuto constatare che ha subìto traumi psicologici, ma non vuole ammetterlo. Cerca di mostrarsi forte e di fare credere a tutti che riuscirà a superare presto quello che le è successo, ma non è così. Lei ha solo fretta che tutto questo finisca il prima possibile».

E questo non può essere accettato, men che meno dai media: “ma come, per una volta che abbiamo una ragazza occidentale stuprata da un extracomunitario, cioè una miniera d’oro editoriale, questa strega non lo vuole denunciare? Ci tocca ascoltare le denunce di quelle @@@§§§@@ che mettono in mezzo bravi ragazzi italiani, e non c’è verso di farle tacere, li vogliono trascinare in tribunale quei poveracci, e questa invece ci rovina la festa!?”

E’ forse necessario fare una precisazione: il reato di stupro non si realizza in base alla quantità, al tipo e la gravità delle lesioni (che sono semmai un’aggravante) ma nell’istante in cui un partner dice NO e l’altro ne ignora la volontà. A qualunque stadio del rapporto si sia. Questo lo dice la legge oltre che il comune senso di giustizia. Senza consenso c’è sempre la violazione del corpo, con o senza sangue. Al contrario, la presenza di lesioni non sono indicative di stupro se la presunta vittima ha acconsentito a un rapporto estremo. Se per gli inquirenti  non sempre è facile districarsi fra le diverse situazioni una cosa dovrebbe essere evidente (e non lo è) e cioè la donna va ascoltata e non psicanalizzata!!!

Nel caso specifico la ragazza non è stata forse vittima del partner ma sicuramente lo è diventata del circo che la sta violentando nel suo letto d’ospedale, in condizione di debolezza anche a causa delle probabili difficoltà con la lingua. Si parla addirittura di sottoporla a perizia psichiatrica (obbligandola?) perchè non si crede alla sua versione.

Invece alla versione (di fantasia) di tutte quelle donne che arrivano nei reparti di Pronto Soccorso d’Italia massacrate da mariti e compagni si crede fin troppo volentieri: meno male che quelle si rifiutano di denunciare, altrimenti questa vergogna intaserebbe i tribunali della penisola.

Insomma: invece di un supporto psicologico per superare la brutta avventura per la ragazza un bel TSO, finchè non AMMETTE di essere una vittima. E il ragazzo, per non saper nè leggere nè scrivere, lo hanno incriminato per stupro, poi si vedrà.

CONDIVIDO QUEST’ANALISI AL 100%, sempre da Femminismo a Sud, e non avrei saputo dire meglio.

Il demone della tempesta, portatore di disgrazia, malattia e morte? E’ una donna, of course. Da distruggere.

Ragazzo1: ok alle kodak però strappi il rullino, a loro cosa facciamo, strappiamo le ovaie?

Ragazzo 2: ahahah no, pensavo più a divertirti e quando ti sei scocciato le lasci legate al guardrail sull’A4, cose del genere

Ragazzo 1: beh ma così non c’è gusto…meglio farlo a sorpresa..”amore ti porto a Como” e dopo 20 km apri la portiera in corsa, lasci l’acceleratore per darle un calcio laterale e farla andare in terza corsia… in fondo a loro sono sempre piaciute le sorprese.

Ragazza: i tipi sono usa e getta, come i fazzoletti

Ragazzo 1: ahahahahah sto male! Alla ragazza:  ahaha siete brave in questo

Ragazza: anche voi siete molto bravi…ci compensiamo a vicenda

Ragazzo 1: eh ma voi lo fate con “classe”, siete attrici hollywoodiane!

Ragazzo 2: la donna è opportunista!

Questo dialogo, che mi è capitato di leggere su Facebook, non è l’invenzione di qualche autore di crime fiction, ma è fin troppo reale,  ne ho salvato lo screenshot e ho ottenuto dagli autori il permesso di utilizzarlo, nell’anonimato.

Gli autori sono quelli che chiameremmo ragazzi normali, dai quali l’unico comportamento deviante prevedibile è forse un’infrazione per eccesso di velocità. La ragione per cui cito quello che è uno degli  esempi di violenza verbale nel denso magma di odio che circola sul web, e fuori, è proprio per focalizzare l’attenzione su 2 aspetti:

Il primo aspetto è l’enormità del fenomeno, che va dalle battute misogine da cortile di liceo, ai post lividi di odio dei blog, dalla propaganda martellante di certe sospette associazioni di padri separati o anti-femministi, a certe affermazioni sconcertanti sulle – sempre più illeggibili – riviste femminili.  Forse il peggiore è il blog dell’ormai famigerato Claudio Risè (Leiweb, un altro off-shoot del Corriere)  anche per il tono di scientificità… Anche se non raggiungono la potenza del mezzo televisivo in termini di diffusione, i nuovi canali di comunicazione sono il nuovo veicolo dell’odio misogino.

Sul sito antifemminista SCUNF si legge:

“Ma le nazi-femministe sanno benissimo che stanno devastando dei bambini, e distruggere la famiglia è il loro scopo.  Il nocciolo duro del (nazi)femminismo sono femministe talmente accecate dall’odio contro gli uomini da diventare lesbiche. È inutile discuterci: vanno combattute.[…] Il (nazi)femminismo è ormai una associazione a delinquere, che deve essere combattuta così come si combatte la mafia.  Queste pedo-criminali manipolatrici hanno contagiato le istituzioni…”

La profondità di questo odio ci racconta della paura dello schiavo di perdere l’unica àncora che gli impedisce di sentirsi totalmente sopraffatto dal potere, di perdere l’unico essere che ancora possa dominare, la cui obbedienza e sottomissione preservano al suo mondo una parvenza di ordine. Quando la donna non è più disposta a sostenere questo ruolo si scatenano i deliri, di cui riporto solo alcune delle inesauribili proposte della rete.

Inoltre:

La femminista è un aborto che cammina, abortita allo stadio genetico (!) Essere femminista è essere deficiente, emozionalmente limitata: il femminismo è una malattia di deficienza e le femministe sono storpie emotive.

Questi blog hanno una circolazione elevata, le pagine collegate a facebook registrano migliaia di contatti e di “mi piace”.

Ma anche in luoghi insospettabili come il blog delle giornaliste del Corriere  “La 27esima ora”,  si nasconde il pregiudizio misogino, spacciato per equità. Questo il linguaggio del titolo di un post del 20 febbraio 2012, scritto da una giornalista: “Mi vergogno delle donne (giovani) senza figli che chiedono il mantenimento all’ex”  post che ha ottenuto quasi 300 commenti – quelli maschili particolarmente virulenti – nonostante questo fatto statistico sia marginale, ma si ritaglia una visibilità più alta rispetto all’enorme problema dell’impoverimento delle donne separate con figli a carico. Di nuovo il linguaggio che ci colpevolizza, questa volta per la nuova emergenza dei padri separati, che è un dato distorto come dice chiaramente l’Istat (Nel 2008  solo il 24,4% degli uomini separati, divorziati o riconiugati ha versato regolarmente denaro per l’ex coniuge o per i figli, percentuale che sale al 36% se al momento della separazione erano presenti figli minori.
I versamenti sono stati effettuati per l’ex coniuge nell’8,5% dei casi e per figli nel 15,9%; quest’ultima percentuale sale al 26,4% se al momento della separazione erano presenti figli minori.)
Cifre che parlano da sole, ma evidentemente non scalfiscono il pregiudizio.

L’altro aspetto è la questione del supporto, del sostentamento, che le parole offrono alle azioni violente contro le donne, azioni violente che si alimentano di parole violente. Parole di derisione, di svalorizzazione nelle pubblicità, nelle battute, parole di disprezzo verso giovani donne preda, più o meno consapevolmente, dei potenti di turno, pronunciate spesso da altre donne che si prestano, assurdamente,  al gioco della divisione fra donne per bene e donne per male. Perfino mancanza di parole, quando in cronaca appare l’ennesima violenza ad una donna e la vittima scompare quasi subito dai radar mediatici, mentre, invariabilmente, significativamente, i riflettori si spostano sull’aggressore, che diventa “il” personaggio della tragedia, il soggetto dell’articolo, e di cui vengono descritti minuziosamente i deliri, le problematiche, valutate le istanze e le inevitabili scusanti. La vittima della violenza di genere esce di scena tanto in fretta che nel lettore fatica a scattare quel sentimento di compassione e solidarietà così comune in ogni altro caso di aggressione.

Cito un titolo a caso: “FOLLE DI GELOSIA STRANGOLA LA MOGLIE DOPO UN LITIGIO (il soggetto del titolo non è mai la vittima, bensì il carnefice) Dal giornale L’Arena di Verona, anche l’articolo si concentra subito sull’omicida:

“L’ha uccisa perché non voleva perderla. L’ha uccisa perché era geloso e perché lui non voleva che il loro matrimonio finisse o che ci fosse qualcun altro fra loro. L’ha strangolata con un foulard in camera da letto…”

Tornerà, la vittima, alla ribalta solo nel caso in cui sarà possibile sfruttarne il potenziale pruriginoso (…sopra quel letto in cui per anni si sono accoccolati…) che anzi più gli indizi sulla sua moralità sono vaghi e incerti più parole si possono vendere. (In Tv, il legale del militare accusato di stupro e tentato omicidio dell’Aquila dice: la ragazza  dovrà spiegare il perché e il motivo per il quale è uscita fuori dal locale con il freddo e la neve insieme al suo giovane coetaneo”. Dal Mattino online: le prime 7 righe con i nomi dei presunti stupratori, la vittima citata solo all’ottava riga, così: …dove sarebbe stato commesso lo stupro di una studentessa…  Su un totale di 27 righe non una parola per la vittima, nominata ancora di sfuggita alla riga 19 con l’espressione “conobbe e rimorchiò la studentessa”.

Questi sono solo 2 dei 1000 esempi di sparizione simbolica della vittima dai racconti sulla stampa.

Questa battaglia, questa lotta per l’emancipazione dal bisogno, dalla tutela opprimente, per l’affermazione di sé, per il rispetto sociale, si pensava che fosse già combattuta, e vinta;  che morte e ferite avessero già compiuto il proprio sacrificio per le future generazioni. E invece, regolarmente, ciclicamente, torniamo al punto di partenza, condannate a soffrire, ancora e ancora a causa di una rivoluzione mai  veramente portata a termine, forse in parte tradita. Per citare Adrienne Rich “la sparizione del passato storico e politico delle donne fa si che ogni generazione di femministe sembri essere un’escrescenza anormale della storia”. Questo succede appunto quando le nostre storie, e dunque la storia, vengono negate, manipolate e stravolte. Al punto che dichiararsi femminista oggi è ritenuto imbarazzante.

Alla luce dei fatti, penso che sia ora di abbandonare lo stupore indignato, l’incredulità dell’innocenza,  l’impotenza del vittimismo. E’ ora che ci sporchiamo le mani, noi donne, che alla recriminazione sostituiamo l’azione. Delegare tutta la gestione del sociale ma soprattutto del politico, senza voce in capitolo se non quella del lamento, significa accettare di vivere sotto tutela. Magari è riposante.  Ma come vediamo ogni giorno è una scelta mortifera.

Dobbiamo vigilare, denunciare e stroncare questi perversi meccanismi affinchè il clima di disprezzo e odio intorno a noi si prosciughi, anche attraverso un’alleanza al di là del genere e delle fittizie suddivisioni in categorie umane. Chiediamo una presa di coscienza da parte degli uomini che con noi stanno compiendo un cammino umano e politico, e da parte loro forti prese di posizione rispetto alla vergognosa tragedia delle uccisioni di donne nel nostro paese. Dissociatevi apertamente da certe storture ideologiche, fatevi sentire. Il privato è ancora e sempre politico.