Il demone della tempesta, portatore di disgrazia, malattia e morte? E’ una donna, of course. Da distruggere.

Ragazzo1: ok alle kodak però strappi il rullino, a loro cosa facciamo, strappiamo le ovaie?

Ragazzo 2: ahahah no, pensavo più a divertirti e quando ti sei scocciato le lasci legate al guardrail sull’A4, cose del genere

Ragazzo 1: beh ma così non c’è gusto…meglio farlo a sorpresa..”amore ti porto a Como” e dopo 20 km apri la portiera in corsa, lasci l’acceleratore per darle un calcio laterale e farla andare in terza corsia… in fondo a loro sono sempre piaciute le sorprese.

Ragazza: i tipi sono usa e getta, come i fazzoletti

Ragazzo 1: ahahahahah sto male! Alla ragazza:  ahaha siete brave in questo

Ragazza: anche voi siete molto bravi…ci compensiamo a vicenda

Ragazzo 1: eh ma voi lo fate con “classe”, siete attrici hollywoodiane!

Ragazzo 2: la donna è opportunista!

Questo dialogo, che mi è capitato di leggere su Facebook, non è l’invenzione di qualche autore di crime fiction, ma è fin troppo reale,  ne ho salvato lo screenshot e ho ottenuto dagli autori il permesso di utilizzarlo, nell’anonimato.

Gli autori sono quelli che chiameremmo ragazzi normali, dai quali l’unico comportamento deviante prevedibile è forse un’infrazione per eccesso di velocità. La ragione per cui cito quello che è uno degli  esempi di violenza verbale nel denso magma di odio che circola sul web, e fuori, è proprio per focalizzare l’attenzione su 2 aspetti:

Il primo aspetto è l’enormità del fenomeno, che va dalle battute misogine da cortile di liceo, ai post lividi di odio dei blog, dalla propaganda martellante di certe sospette associazioni di padri separati o anti-femministi, a certe affermazioni sconcertanti sulle – sempre più illeggibili – riviste femminili.  Forse il peggiore è il blog dell’ormai famigerato Claudio Risè (Leiweb, un altro off-shoot del Corriere)  anche per il tono di scientificità… Anche se non raggiungono la potenza del mezzo televisivo in termini di diffusione, i nuovi canali di comunicazione sono il nuovo veicolo dell’odio misogino.

Sul sito antifemminista SCUNF si legge:

“Ma le nazi-femministe sanno benissimo che stanno devastando dei bambini, e distruggere la famiglia è il loro scopo.  Il nocciolo duro del (nazi)femminismo sono femministe talmente accecate dall’odio contro gli uomini da diventare lesbiche. È inutile discuterci: vanno combattute.[…] Il (nazi)femminismo è ormai una associazione a delinquere, che deve essere combattuta così come si combatte la mafia.  Queste pedo-criminali manipolatrici hanno contagiato le istituzioni…”

La profondità di questo odio ci racconta della paura dello schiavo di perdere l’unica àncora che gli impedisce di sentirsi totalmente sopraffatto dal potere, di perdere l’unico essere che ancora possa dominare, la cui obbedienza e sottomissione preservano al suo mondo una parvenza di ordine. Quando la donna non è più disposta a sostenere questo ruolo si scatenano i deliri, di cui riporto solo alcune delle inesauribili proposte della rete.

Inoltre:

La femminista è un aborto che cammina, abortita allo stadio genetico (!) Essere femminista è essere deficiente, emozionalmente limitata: il femminismo è una malattia di deficienza e le femministe sono storpie emotive.

Questi blog hanno una circolazione elevata, le pagine collegate a facebook registrano migliaia di contatti e di “mi piace”.

Ma anche in luoghi insospettabili come il blog delle giornaliste del Corriere  “La 27esima ora”,  si nasconde il pregiudizio misogino, spacciato per equità. Questo il linguaggio del titolo di un post del 20 febbraio 2012, scritto da una giornalista: “Mi vergogno delle donne (giovani) senza figli che chiedono il mantenimento all’ex”  post che ha ottenuto quasi 300 commenti – quelli maschili particolarmente virulenti – nonostante questo fatto statistico sia marginale, ma si ritaglia una visibilità più alta rispetto all’enorme problema dell’impoverimento delle donne separate con figli a carico. Di nuovo il linguaggio che ci colpevolizza, questa volta per la nuova emergenza dei padri separati, che è un dato distorto come dice chiaramente l’Istat (Nel 2008  solo il 24,4% degli uomini separati, divorziati o riconiugati ha versato regolarmente denaro per l’ex coniuge o per i figli, percentuale che sale al 36% se al momento della separazione erano presenti figli minori.
I versamenti sono stati effettuati per l’ex coniuge nell’8,5% dei casi e per figli nel 15,9%; quest’ultima percentuale sale al 26,4% se al momento della separazione erano presenti figli minori.)
Cifre che parlano da sole, ma evidentemente non scalfiscono il pregiudizio.

L’altro aspetto è la questione del supporto, del sostentamento, che le parole offrono alle azioni violente contro le donne, azioni violente che si alimentano di parole violente. Parole di derisione, di svalorizzazione nelle pubblicità, nelle battute, parole di disprezzo verso giovani donne preda, più o meno consapevolmente, dei potenti di turno, pronunciate spesso da altre donne che si prestano, assurdamente,  al gioco della divisione fra donne per bene e donne per male. Perfino mancanza di parole, quando in cronaca appare l’ennesima violenza ad una donna e la vittima scompare quasi subito dai radar mediatici, mentre, invariabilmente, significativamente, i riflettori si spostano sull’aggressore, che diventa “il” personaggio della tragedia, il soggetto dell’articolo, e di cui vengono descritti minuziosamente i deliri, le problematiche, valutate le istanze e le inevitabili scusanti. La vittima della violenza di genere esce di scena tanto in fretta che nel lettore fatica a scattare quel sentimento di compassione e solidarietà così comune in ogni altro caso di aggressione.

Cito un titolo a caso: “FOLLE DI GELOSIA STRANGOLA LA MOGLIE DOPO UN LITIGIO (il soggetto del titolo non è mai la vittima, bensì il carnefice) Dal giornale L’Arena di Verona, anche l’articolo si concentra subito sull’omicida:

“L’ha uccisa perché non voleva perderla. L’ha uccisa perché era geloso e perché lui non voleva che il loro matrimonio finisse o che ci fosse qualcun altro fra loro. L’ha strangolata con un foulard in camera da letto…”

Tornerà, la vittima, alla ribalta solo nel caso in cui sarà possibile sfruttarne il potenziale pruriginoso (…sopra quel letto in cui per anni si sono accoccolati…) che anzi più gli indizi sulla sua moralità sono vaghi e incerti più parole si possono vendere. (In Tv, il legale del militare accusato di stupro e tentato omicidio dell’Aquila dice: la ragazza  dovrà spiegare il perché e il motivo per il quale è uscita fuori dal locale con il freddo e la neve insieme al suo giovane coetaneo”. Dal Mattino online: le prime 7 righe con i nomi dei presunti stupratori, la vittima citata solo all’ottava riga, così: …dove sarebbe stato commesso lo stupro di una studentessa…  Su un totale di 27 righe non una parola per la vittima, nominata ancora di sfuggita alla riga 19 con l’espressione “conobbe e rimorchiò la studentessa”.

Questi sono solo 2 dei 1000 esempi di sparizione simbolica della vittima dai racconti sulla stampa.

Questa battaglia, questa lotta per l’emancipazione dal bisogno, dalla tutela opprimente, per l’affermazione di sé, per il rispetto sociale, si pensava che fosse già combattuta, e vinta;  che morte e ferite avessero già compiuto il proprio sacrificio per le future generazioni. E invece, regolarmente, ciclicamente, torniamo al punto di partenza, condannate a soffrire, ancora e ancora a causa di una rivoluzione mai  veramente portata a termine, forse in parte tradita. Per citare Adrienne Rich “la sparizione del passato storico e politico delle donne fa si che ogni generazione di femministe sembri essere un’escrescenza anormale della storia”. Questo succede appunto quando le nostre storie, e dunque la storia, vengono negate, manipolate e stravolte. Al punto che dichiararsi femminista oggi è ritenuto imbarazzante.

Alla luce dei fatti, penso che sia ora di abbandonare lo stupore indignato, l’incredulità dell’innocenza,  l’impotenza del vittimismo. E’ ora che ci sporchiamo le mani, noi donne, che alla recriminazione sostituiamo l’azione. Delegare tutta la gestione del sociale ma soprattutto del politico, senza voce in capitolo se non quella del lamento, significa accettare di vivere sotto tutela. Magari è riposante.  Ma come vediamo ogni giorno è una scelta mortifera.

Dobbiamo vigilare, denunciare e stroncare questi perversi meccanismi affinchè il clima di disprezzo e odio intorno a noi si prosciughi, anche attraverso un’alleanza al di là del genere e delle fittizie suddivisioni in categorie umane. Chiediamo una presa di coscienza da parte degli uomini che con noi stanno compiendo un cammino umano e politico, e da parte loro forti prese di posizione rispetto alla vergognosa tragedia delle uccisioni di donne nel nostro paese. Dissociatevi apertamente da certe storture ideologiche, fatevi sentire. Il privato è ancora e sempre politico.

 

 

 

Consigliera Tommasini (del Consiglio Comunale di Trezzano sul Naviglio): STUDI DI PIU’ – Donne nel mondo

Dopo l’exploit della Consigliera del Pdl  Giovanna Tommasini all’ultimo consiglio comunale Fare un respiro e leggere qui ho deciso di ripubblicare un mio vecchio post: una raccolta, incompleta ma significativa, della mostruosa situazione di violenza che le donne subiscono in TUTTE LE PARTI DEL MONDO. Violenza istituzionale e violenza privata, in un vergognoso mix mortale.

Magari, se la Consigliera lo leggesse, potrebbe imparare qualcosa.

Messico, Il martirio di Marisela

Uccisa in strada. Chiedeva giustizia per la figlia sedicenne Ruby, gettata in una discarica nel 2008

CACCIA AL KILLER: SOSPETTI SULL’EX COMPAGNO DELLA RAGAZZA, IL BANDITO BOCANEGRA

Messico, il martirio di Marisela

Uccisa in strada. Chiedeva giustizia per la figlia sedicenne Ruby, gettata in una discarica nel 2008

Marisela Escobedo Ruiz

WASHINGTON – Marisela Escobedo Ruiz chiedeva giustizia per la figlia brutalmente assassinata nel 2008. Ieri forse lo stesso killer l’ha freddata sparandole in testa. Un agguato non in un vicolo buio, ma davanti al palazzo del governo, nello stato messicano di Chihuahua. Le autorità locali dovrebbero pagare per questo delitto: sapevano che era stata minacciata e non ha fatto nulla per proteggerla. La battaglia solitaria di Marisela inizia nel 2008, quando la figlia sedicenne, Ruby, è uccisa e bruciata. Il cadavere è poi gettato in una discarica di Ciudad Juarez. Rispetto a centinaia di delitti insoluti, la polizia individua l’omicida: è il suo compagno, Sergio Bocanegra, un bandito vicino alla narco-gang dei Los Zetas. Lo arrestano un anno dopo e lo portano in giudizio. L’uomo confessa poi ritratta. A sorpresa viene assolto «per insufficienza di prove». Fonte

MESSICO

Gli omicidi senza fine di Ciudad Juàrez (Messico) 

A partire da gennaio 1993, è iniziata una strage ininterrotta di donne nella cittadina messicana di Ciudad Juàrez, situata in corrispondenza del confine con El Paso (Texas). Le stime più recenti riportano un numero superiore a 300 di giovani donne massacrate nello spazio di un decennio.

La maggior parte delle vittime è un’età compresa fra i 14 e 16 anni e si tratta di ragazze magre e dai capelli scuri che sono scomparse lungo le strade per andare al lavoro o tornare a casa alla fine della giornata.
I cadaveri, spesso selvaggiamente violentati e torturati, vengono scaricati nel deserto che si estende tutt’intorno la cittadina e nelle strade che costeggiano i terreni abusivi. In alcuni casi, le ragazze sono mutilate e sfigurate: diversi oggetti sono inseriti con forza nella vagina e nell’ano e/o il seno sinistro è mutilato. La modalità omicida preferita è lo strangolamento, a cui fanno seguito pugnalate ripetute e violente per distruggere il corpo.

La polizia è convinta che una notevole percentuale di vittime sia stata uccisa da protettori arrabbiati, spacciatori di droga, mariti gelosi e fidanzati brutali, ma almeno un terzo delle ragazze (quindi, un centinaio di vittime) potrebbe essere stato stuprato, mutilato e ucciso da uno o più assassini seriali, coinvolti o meno anche in rituali satanici. Fonte

EX YUGOSLAVIA

“Durante la guerra, migliaia di donne e ragazze furono stuprate, spesso con brutalità estrema. Molte di esse vennero detenute in campi di prigionia, alberghi o case private e costrette allo sfruttamento sessuale. In tante vennero uccise. Oggi, alle sopravvissute a questi crimini viene negato l’accesso alla giustizia. I responsabili delle loro sofferenze, membri dell’esercito, della polizia e dei gruppi paramilitari, circolano liberamente, alcuni accanto alle proprie vittime, altri addirittura in posizioni di potere” – ha dichiarato Nicola Duckworth, direttrice del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.

Stupri e altre forme di violenza sessuale sono avvenuti su scala massiccia durante la guerra degli anni 1992-95 in Bosnia ed Erzegovina. Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Tpij), istituito nel 1993 per punire gravi violazioni del diritto umanitario, violenza sessuale inclusa, è stato in grado di occuparsi solo di una piccola parte di casi: fino al luglio di quest’anno, aveva trattato 18 casi di violenza sessuale in Bosnia ed Erzegovina.

La Camera per i crimini di guerra, istituita nel 2005 nell’ambito della Corte di stato della Bosnia ed Erzegovina per seguire casi che il Tpij non potrebbe giudicare, ha condannato a oggi solo 12 persone per crimini di violenza sessuale. Migliaia di donne sopravvissute allo stupro hanno perso i loro parenti. Molte non sono in grado di trovare o mantenere un posto di lavoro a causa della loro fragilità psicologica e altre vivono senza una fonte fissa di reddito, in povertà, nell’impossibilità di comprare i medicinali necessari.

Poiché lo stupro continua a essere un argomento tabù, spesso le donne sono considerate con riprovazione piuttosto che come persone che hanno subito violenza e che hanno bisogno di essere aiutate a ricostruirsi una vita. Fonte

AFGANISTAN

“Hidden gendercide”, : il nuovo olocausto, il genocidio nascosto delle donne nel XX e XXI secolo. Un’esperienza vissuta con le Suore di Madre Teresa di Calcutta (di Ana Castro) ed il documento del DCAF, Women in an Insicure World (tpfs*) [queste non sono femministe]

[…] Il mio compito era di visitare, due volte al giorno, il reparto maternità di un ospedale di Kabul. L’obiettivo di queste visite era quello di riuscire a sentire il pianto delle madri per recuperare le neonate gettate in secchi posizionati di fronte al loro letto. Pochissimo era il tempo a disposizione prima che la neonata morisse. Subito dopo il parto (per mancanza di ecografie) veniva annunciato al padre il sesso del nascituro. Se fosse nato maschio, il padre insieme a tutta la famiglia, avrebbe suonato delle campanelle nelle sue mani e celebrato immediatamente, se invece fosse nata una femmina, il padre avrebbe ricevuto le condoglianze e deciso di tenere oppure di sopprimere la bambina. Se la bimba fosse stata rifiutata, sarebbe stata gettata in un secchio d’acqua finché il personale delle pulizie dell’ospedale non l’avesse raccolta. Le suore passavano due volte al giorno per recuperare i corpi. Nell’ospedale nascevano circa 100 bambine ogni mese. Solamente l’1% delle neonate riusciva a sopravvivere al massacro, quelle recuperate entro i 10 minuti dal parto. Una sola bimba al mese salvata, dalle 10 alle 14 vite all’anno. Fonte

INDIA

In ogni caso, il matrimonio è il destino di ogni donna indiana. Con il matrimonio la donna diventa “proprietà del marito”: deve stare in cucina, accudire la casa e i figli e servire il marito, oltre a lavorare per procurare alla famiglia i mezzi di sostentamento.

Da un rapporto di Amnesty International, si stima che in India il 45 % delle donne sposate subiscono violenze fisiche e morali dai loro mariti. Il divorzio è legalizzato, ma per una donna questa scelta è molto difficile e rischiosa: significa spesso essere ripudiata dalla famiglia di provenienza, perdere la custodia dei figli e soprattutto essere emarginata senza possibilità di ricostruirsi una vita. Fonte

UZBEKISTAN

Profughe, tramite Radio Free Europe, hanno raccontato che alla frontiera, per garantirsi il passaggio in zona più tranquilla, hanno dovuto pagare il pedaggio ai soldati. Se per un uomo il pizzo è di 500 dollari, per una donna la tangente sale a 2000. Perché, è stato risposto loro, le donne uzbeke, in questi giorni, sono vittime di stupri, sevizie ed altre atrocità, i bersagli numero uno delle violenze e come tali devono pagare di più per garantirsi l’inviolabilità. Fonte1 e Fonte 2

BANGLADESH

In Bangladesh (e anche in India) a donne che hanno cercato di superare i limiti imposti dalla tradizione è stata inflitta una punizione atroce. Per le donne che non osservano le regole, gli uomini possono usare contro di esse terribili strumenti di ritorsione come il vetriolo.

Gettato sulla pelle, ne divora istantaneamente il tessuto, procura ferite e abrasioni simili alle ustioni da fuoco. Le donne ne hanno il viso sfigurato per sempre, spesso perdono la vista a uno o a entrambi gli occhi.

Un caso per tutti serve a raccontare l’inferno in cui precipitano alcune giovani donne, quelle per le quali – a differenza di molte loro coetanee di altri paesi – è una sfortuna essere avvenenti e piacere a un uomo: Shelina, tredici anni, accecata e sfigurata dall’acido da un ragazzo di diciotto anni al quale lei continuava a dire di no. Una sera quando Shelina era alla fonte con le amiche a prendere l’acqua, lui le ha gettato addosso l’acido. Il ragazzo si è dato alla macchia, non pagherà mai per il suo misfatto e la gente dice che se una donna offende l’orgoglio di un uomo, una punizione se la deve aspettare. Shelina è oggi un fantasma vivente, inguardabile, negata alla vita, innocente.

Il dolore provato da queste donne è indescrivibile. È fisico, è psicologico. L’’aggressione le trasforma in mostri, in maschere deformi, delle quali è spesso difficile reggere la vista. Perdono per sempre la loro identità di donne, la possibilità di essere spose, madri (evento gravissimo in un paese in cui essere nubile è ancora una vergogna per una giovane ragazza e per la sua famiglia). Queste disgraziate donne diventano dei reietti della società, dei pesi economici per le famiglie; creature che non osano più presentarsi al mondo, escono di casa segregate nel burkha anche quando non sono di fede islamica. Fonte

VARI STATI AFRICANI

La pratica dell’infibulazione faraonica ha lo scopo di conservare e di indicare la verginità al futuro sposo e di rendere la donna una specie di oggetto sessuale incapace di provare piacere nel sesso con il coniuge. I rapporti sessuali, attraverso questa pratica, vengono impossibilitati fino alla defibulazione (cioè alla scucitura della vulva), che in queste culture, viene effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio. Dopo ogni parto viene effettuata una nuova infibulazione per ripristinare la situazione prematrimoniale.

Le conseguenze per la donna sono tragiche, in quanto perde completamente la possibilità di provare piacere sessuale a causa della rimozione del clitoride e i rapporti diventano dolorosi e difficoltosi, spesso insorgono cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali. Ulteriori danni si hanno al momento del parto: il bambino deve attraversare una massa di tessuto cicatrizzato e poco elastico reso tale dalle mutilazioni; in quel momento il feto non è più ossigenato dalla placenta e il protrarsi della nascita toglie ossigeno al cervello, rischiando di causare danni neurologici. Nei paesi in cui è praticata l’infibulazione inoltre, è frequente la rottura dell’utero durante il parto, con conseguente morte della madre e del bambino. Fonte

KENIA E ALTRI

the common theme among practicing cultures is that dry sex practices create a vagina that is dry, tight, and heated–all desirable qualities for men in many countries. Wives express the need to please their husbands with dry sex in order to keep them from leaving and/or to minimize their number of girlfriends. Focus groups with men indicate this may often be the reality.

La definizione sesso asciutto, più notoriamente, con terminologia inglese dry sex, si riferisce alla pratica, particolarmente diffusa nell’Africa sub-sahariana, di ridurre al minimo le secrezioni vaginali mediante l’uso di diversi metodi sia chimici che fisici, in modo da rendere il canale vaginale completamente asciutto durante la penetrazione sessuale. Questa pratica ha l’obiettivo di accrescere l’intensità delle sensazioni maschili, ma viene applicata dalle donne soprattutto per evitare di essere considerate negativamente a causa dell’eventuale lubrificazione genitale derivante dal piacere sperimentato nel rapporto. L’uso di questa pratica può comportare un incremento della trasmissione di malattie sessualmente trasmissibili (MTS), in particolare l’Aids, a causa delle lacerazioni o infiammazioni provocate dall’attrito del pene all’interno della vagina. Inoltre tale pratica è evidentemente incompatibile con l’uso del profilattico Fonte 3

INDIA

female infanticide and foeticide in India, where an estimated ten million baby girls have been killed by their parents in the past twenty years.

Fonte

CINA

In September 1997, the World Health Organization’s Regional Committee for the Western Pacific issued a report claiming that “more than 50 million women were estimated to be ‘missing’ in China because of the institutionalized killing and neglect of girls due to Beijing’s population control program that limits parents to one child.” Fonte

For millions of couples, the answer is: abort the daughter, try for a son. In China and northern India more than 120 boys are being born for every 100 girls. Nature dictates that slightly more males are born than females to offset boys’ greater susceptibility to infant disease. But nothing on this scale. Fonte

INDONESIA

(test di verginità nelle scuole)

Ma perché una proposta  del genere può arrivare fino al parlamento?

La vicenda è lo specchio di una situazione in cui avviene un vero e proprio clash culturale in atto tra chi, nella società indonesiana, va ad adottare comportamenti più simili a quelli occidentali, mentre la classe dirigente si arrocca nel difendere una proposta molto restrittiva dei valori musulmani e propugna un controllo della moralità delle donne.

In questo scontro sono sempre le donne che vanno a rimetterci e vengono colpite nei diritti fondamentali Fonte

PALESTINA

Nella maggior parte dei casi ci sono donne che stanno a casa, come mogli, madri, casalinghe. Sono più legate alla tradizione e mandano avanti la famiglia. E magari si scontrano con un marito che non le lascia uscire. Esistono anche casi di donne che sono docenti universitarie ma poi hanno un marito che controlla completamente la loro vita […]

Sembrerebbe una società molto conservatrice e tradizionale. E’ sempre stato così?

No. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90 era tutto diverso. Diciamo da prima della Prima Intifada e fino al periodo immediatamente successivo. C’erano molte più donne attiviste, con un peso politico molto maggiore rispetto ad adesso.Dopo gli accordi di Oslo e il fallimento del processo di pace tutto ha iniziato a scivolare in un clima di depressione. Molti uomini si sono reinventati, trovando anche nuovi lavori, le donne hanno visto il loro ruolo bloccato e sono tornate a casa. I gruppi di donne più forti si sono organizzati secondo modelli femministi, le altre non avevano più voglia di fare nulla, non credevano più in niente. Poi nel 2000 con la Seconda Intifada tutto è cambiato ulteriormente. La situazione è diventata più conservatrice, si è diffuso un approccio sempre più religioso. La spiegazione è semplice, una società, ogni società, quando ha tanti problemi, dall’occupazione alla vita di tutti i giorni tende a rifugiarsi in qualcos’altro e ad affidarsi a dio. Si comincia a dire “Dio vuole così, dio è l’unico che può aiutarci”. E su questo fronte tutto il movimento religioso internazionale è cresciuto. Non solo l’Islam. Anche il Cattolicesimo. Tutte le religioni. Fonte

EUROPA

Situazione delle donne e degli uomini nell’UE

Ma qual è la situazione nell’UE per quanto riguarda la parità tra uomo e donna? I progressi compiuti vengono misurati ogni anno ed illustrati in una relazione sulla parità tra uomo e donna. Ecco alcuni esempi:

  • il tasso di occupazione delle donne aumenta, ma rimane inferiore a quello degli uomini, sebbene le donne rappresentino la maggioranza degli studenti e dei laureati;
  • le donne continuano a guadagnare in media il 17.8% in meno degli uomini per ogni ora lavorata – un dato che rimane purtroppo stabile;
  • le donne continuano ad essere sottorappresentate nelle posizioni che comportano responsabilità politiche ed economiche, anche se la loro percentuale è aumentata nel corso degli ultimi dieci anni;
  • la ripartizione delle responsabilità familiari tra uomini e donne resta poco equilibrata;
  • il rischio di povertà è superiore per le donne che per gli uomini;
  • le donne sono le principali vittime della violenza sessuale, inoltre donne e ragazze sono più esposte alla tratta di esseri umani. Fonte

… e per finire…

CACCIA ALLE STREGHE OGGI

Fonte(in inglese)

Queste sono le ultime parole di un assassino di donne, prima di suicidarsi. Da notare le forti analogie con le assurde accuse e petulanti recriminazioni delle lobby maschiliste italiane vedi qui

Please note that if I am committing suicide today … it is not for economic reasons … but for political reasons. For I have decided to send Ad Patres [Latin: “to the fathers”] the feminists who have ruined my life. … The feminists always have a talent for enraging me. They want to retain the advantages of being women … while trying to grab those of men. … They are so opportunistic that they neglect to profit from the knowledge accumulated by men throughout the ages. They always try to misrepresent them every time they can.

Il Comandante dei Carabinieri di Trezzano parla di violenza alle donne al Centro Socio Culturale

Riporto l’intervento che il Comandante dei Carabinieri Cuccuru e il Tenente Mezzetti di Rozzano, sull’argomento della violenza alle donne, hanno fatto durante la serata organizzata al Centro Socio Culturale il 7 ottobre 2011.

Tra le prime cose che emergono quando si parla di abusi subiti dalle donne due sono particolarmente significative: la loro dipendenza economica dal partner e la solitudine, responsabili della dipendenza psicologica che toglie alle donne la forza di spezzare la spirale della violenza.

Quando giungono in Pronto Soccorso le donne maltrattate molto spesso mentono nonostante l’evidenza, raccontano di incidenti domestici, spaventate o quasi vergognose di raccontare la verità. Gli operatori sanitari devono allora essere addestrati a osservare i segni caratteristici, non solo le ecchimosi o l’atteggiamento di paura ma anche eventuali vecchi lividi in via di guarigione. Non sempre però le donne, che arrivano in PS con una inespressa richiesta di aiuto, vengono capite, o per inesperienza degli operatori o per  mancanza di tempo.

L’atteggiamento di chi si avvicina a queste donne deve essere di empatia non giudicante, mentre occorre informarle della presenza delle associazioni di aiuto alle donne presenti sul territorio. E’ necessario che la paziente sappia che può denunciare il partner abusante ma che non è obbligata a farlo in quel momento, in cui presumibilmente si sente più fragile e più esposta.

La denuncia alle autorità però non risolve il problema, che spesso si trascina da lunghi anni. La catena va spezzata prima dentro di sè, non è sufficiente una denuncia. Il Comandante ha raccontato di donne che, nel momento in cui le forze dell’ordine arrivano a prelevare il partner violento per condurlo in carcere, loro stesse gli preparano la valigia e gliela portano. Questo è un evidente corto circuito, una specie di Sindrome di Stoccolma in cui la vittima diventa complice del proprio persecutore.                                                  

Per le forze dell’ordine diventa difficile indagare su certe questioni familiari per le evidenti resistenze che incontrano. Inoltre è bene sapere che con la legge sullo Stalking le donne hanno uno strumento in più per difendersi, ma è necessario seguire gli steps giusti. La prima cosa da fare è tenere un diario dei fatti, completo degli eventuali referti medici, cioè gli episodi vanno storicizzati: infatti la violenza ripetuta è fatta di tanti fatti singoli che presi individualmente hanno meno peso giuridico, mentre  una descrizione precisa e puntuale di tutte le aggressioni subite nel tempo fa rientrare il reato all’art. 612 bis, Atti Persecutori (Stalking).

Da ricordare che oltre alla carcerazione per il violento ci sono altre misure in difesa della donna come ad es. il divieto di avvicinamento, divieto di dimora e anche le misure cautelari che vengono applicate fin dalle indagini preliminari senza aspettare la sentenza.

Fondamentale tuttavia resta il desiderio di collaborazione della vittima con le forze dell’ordine e soprattutto la presa di coscienza della propria condizione, abbandonare la tendenza a sottovalutare la violenza subita, a colpevolizzarsi e trovare dentro di sè la forza per liberarsi.

Per concludere il Comandante Cuccuru ricorda che negli ultimi 2 mesi a Trezzano sono state arrestate 2 persone per il reato di stalking.

IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE – 25 NOVEMBRE – DEMETRA DONNE ORGANIZZA UNA SERATA

Rassegna   Cinematografica   al    Femminile

VOGLIAMO IL PANE MA ANCHE LE ROSE

organizzata da

DEMETRA   DONNE

Associazione contro la violenza di genere

DEMETRA   DONNE 

vi   invita   alla   proiezione   del   filmato

PARLA CON LUI

La voce dei violenti

Un documentario di ELISABETTA FRANCIA

in cui i persecutori si raccontano

 In Italia, secondo la più accreditata indagine Istat del 2006, il 33% delle donne dai 16 ai 70 anni dichiarava di aver subìto, almeno una volta nella vita, violenze fisiche e sessuali da parte di un uomo. […] Partendo dalla constatazione che la violenza contro le donne riguarda innanzitutto gli uomini, il documentario vuole raccontare il processo di mutamento della coscienza e della consapevolezza maschile nei confronti della violenza, affrontando alcuni dei temi centrali di questa drammatica problematica: quali sono gli stereotipi culturali che alimentano la violenza nei confronti delle donne? […] Per combattere la violenza contro le donne dobbiamo tutti impegnarci per creare nuove consapevolezze e nuovi percorsi, per superare gli stereotipi e per cambiare atteggiamenti e comportamenti di giovani e adulti. Si usa la violenza quando non siamo in grado di usare la forza della parola. (Assessorato Pari Opportunità – Provincia di Milano, Ente co-finanziatore del filmato)

VENERDI   25   NOVEMBRE   2011

ORE   20.45
 Presso Punto EXPO
Via Vittorio Veneto n°30  Trezzano sul Naviglio
Seguirà piccolo rinfresco    
ASSOCIAZIONE  DEMETRA DONNE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE    TREZZANO S/N  - VIA BOITO  
  • CENTRALINO DI ASCOLTO  
  • COLLOQUI INDIVIDUALI DI ACCOGLIENZA
  • COLLOQUI DI SOSTEGNO CON PSICOLOGHE
  • COLLOQUI LEGALI
  • ANONIMATO
  • Orari apertura sportello in VIA BOITO Trezzano s/N :
Martedì      ore 9.30 - 11.30
Mercoledì  ore 17 - 18.30
Giovedì      ore 16 – 17
  • Segreteria telefonica sempre attiva
e-mail: demetradonne@fastwebnet.it 

Giorno dell'inaugurazione della sede di Demetra in Via Boito


					

Incontro sulla violenza DI genere, IN genere (DE-genere?) Boh!

Raramente ho partecipato a una serata più insulsa, a tratti surreale, di quella di venerdi 7 ottobre 2011, organizzata dall’Associazione “Donne Azzurre” (Pdl) al Centro Socio Culturale di Trezzano sul Naviglio.
Dico subito che i due rappresentanti delle forze dell’ordine, il Tenente dei Carabinieri Mezzetti di Rozzano  e il Comandante di Trezzano Cuccuru sono stati gli unici ospiti che hanno restituito un senso alla serata. Serata insensata già dal titolo, contraddittorio, indice di indecisione e confusione ideologica, se non peggio. Infatti sul giornale di zona L’Eco della Città l’oggetto dell’incontro era circoscritto alla violenza sulle donne, ma all’arrivo in sala ogni riferimento alla violenza di genere era sparito dai cartelli, e si faceva riferimento ad una “generica”  violenza.

L’introduzione della moderatrice, Teresa Pikala, spazza subito via ogni dubbio sull’impostazione che l’Associazione intende dare alla serata.

La Sig.ra Pikala introduce il tema: “ci sono vari tipi di violenza” dice  “fisica, sessuale, psicologica…” e subito arriva il primo campanello d’allarme. “C’è anche la violenza economica, quella cioè in cui un coniuge priva l’altro coniuge di risorse economiche.” Ah, ecco introdotto il tema della spoliazione dei padri separati  (infatti all’apertura del dibattito, puntuale, si presenterà il portavoce di zona dei padri separati, a denunciare quanto essi siano costretti a vivere sotto i ponti PER COLPA delle mogli che li dissanguano, con la complicità dei giudici).  La lobby dei padri separati

PAS (Sindrome di alienazione Parentale) la sindrome inventata. Un business sulla pelle dei bambini, una vendetta sulle donne che chiedono il divorzio

Come secondo esempio di violenza del giorno d’oggi la relatrice racconta il seguente episodio, che riporto più in dettaglio perchè parla da solo: “Ogni atto di violenza ha un responsabile, e spesso la colpa del comportamento dei figli è di genitori inaffidabili, infatti le notizie riportano il caso di due ragazze che, abbigliate in modo stravagante, e per di più con un ciuccio in bocca come accessorio, si recano a ballare in una discoteca. Un ragazzo le guarda, forse un po’ insistentemente, e loro lo aggrediscono e riempiono di botte”. Ma la giustizia è implacabile. Infatti “il giudice condanna le famiglie delle due ragazze a rifondere il danno al ragazzo perchè non le avevano educate bene”.
E questo sarebbe l’esempio indicativo della violenza che avvelena la nostra società? Femmine che picchiano i maschi!  (Non c’è più religione, signora mia.)
Ma non è tutto, il pièce de résistance è rappresentato dall’esperto invitato a parlare sull’argomento – generico – della violenza, il neuropsichiatra, medico chirurgo, omeopata Dott. Ghrewati Mohamed Baha’ El Din.  A questo punto sembra chiaro che di violenza di genere se ne parlerà solo come una delle tante versioni di violenza (dall’abbandono degli animali alle rapine?). L’esperto esordisce dichiarando che la violenza è una patologia (e già su questo si potrebbe dissentire) che viene scatenata dalle ingiustizie. Ma non attendetevi una critica sociale, l’esperto si concentra sulle piccole ingiustizie quotidiane (“mangiare, bere”…) che scatenano la violenza. Esempio di ingiustizia che può colpire un uomo: “non ti accettano il figlio all’università? Ingiustizia.” Altro esempio di ingiustizia: gli usurai (!!??) “L’usuraio è bugiardo, ladro, assassino. Bisogna combattere contro i bugiardi, i giornalisti sono bugiardi e distruggono la società” (VERBATIM)

Giuro.

Ma da dove nasce questo disturbo, questa mancanza di armonia interiore, questa vera e propria patologia che si chiama violenza? Semplice: siccome è la donna che educa l’uomo, (lo genera, lo cresce, lo accudisce) è compito della donna educarlo in modo sano; se l’uomo è violento è perchè non è stato educato bene dalla donna; la colpa, dunque, è della donna. Non sto scherzando, in questo video dell’ incontro del 25 novembre 2009 avvenuto sempre a Trezzano potete ascoltarlo dalla sua viva voce: “è colpa della donna”.

Da qui in avanti è tutto un rincorrersi di analisi e soluzioni deliranti: “l’uomo è violento perchè non fa l’amore con la moglie e gli viene il mal di testa”. I 5 problemi da eliminare nella società: 1) alcohol 2) droghe 3) calcio 4) sesso 5) si uccide per amore (testuale, io non c’entro!!)

Cosa si può fare: “Raccomandare il bene, evitare il male”. A tratti sembrava di essere in fila dal salumiere, o alla posta, cioè in quei momenti che tutti noi conosciamo e  che sembrano ispirare la produzione più abbondante di banalità.

“Come sappiamo c’è una diversità enorme fra l’uomo e la donna, e si possono elencare 3 differenze fondamentali: 1) orgasmo molto più forte (quello della donna, non confondiamo! n.d.r.) 2) parto 3) allattamento. Ecco perchè la mentalità della donna è tutta diversa. Ci vuole attenzione verso la femmina. Ma in ultima analisi se la donna non educa l’uomo c’è ingiustizia, e quindi violenza”.

E con questo corto-circuito ideologico si conclude l’intervento dell'”esperto”.

L’intervento della Dott.ssa Mangiarotti, ginecologa della Medica, riporta sorprendentemente il discorso sulla violenza DI genere, ma si esaurisce in uno sterile elenco di cifre, senza alcuna analisi o  commento. Elenca le cifre e le percentuali ISTAT che ognuno di noi può trovare facilmente in rete, e introduce quello che poi confermeranno i due comandanti dei Carabinieri: la violenza sulle donne è trasversale a tutti i livelli socio-culturali, e non c’è correlazione fra abbigliamento e stupro: vengono stuprate donne vestite in qualunque modo, di qualunque età, qualunque aspetto, in qualunque orario. A ulteriore conferma di ciò che le associazioni in difesa delle donne dicono da sempre, e cioè che lo stupro non è scatenato dal desiderio ma dall’odio e dalla volontà di dominio (in altre parole gli uomini uccidono le donne ma NON per amore, al contrario di ciò che affermava il neuropsichiatra).

La serata, come dicevo, prosegue con la descrizione, da parte dei due comandanti dei Carabinieri, della situazione delle donne maltrattate e del percorso che dovrebbero seguire per ottenere l’aiuto che lo stato può garantire loro, ma voglio separare il loro intervento da questa fiera dell’irrealtà, e ne darò conto in un altro post.

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Addio anno triste

Ho dato il benvenuto all’anno nuovo nel modo migliore – secondo me: imparando a fare una cosa nuova. Ho imparato cioè a caricare i video su Youtube. Niente di che, lo so, c’è gente che lo fa regolarmente, più volte al giorno. Be’, comunque io ho imparato anche questo, e naturalmente sapere è meglio che ignorare. (Non capisco però perchè ogni tanto si blocca, va a sapere…)

Lo condivido con voi, scusandomi per la tristezza che emana, ma non ho potuto fare altro che registrare gli avvenimenti tristi di un momento tristissimo della nostra storia.  E’ una carrellata di veloci immagini di un anno sprofondato sotto una coltre di bugie, intrallazzi, illegalità, sfruttamento, abusi, povertà, corruzione e becero moralismo.

Il 2011 non può essere altro che l’anno del riscatto, del ritrovare finalmente la spinta alla ribellione e la forza di immaginarci diversi, migliori, non più ripiegati su noi stessi ma con il coraggio di PRETENDERE e LOTTARE per una vita più felice per tutti.