MENO STATO PIU’ LIBERO MERCATO

IL LIBERO MERCATOchild labourSe non pensi che la libera imprenditoria sia una buona idea, ricorda: se lo stato non si fosse intromesso questi ragazzini avrebbero un lavoro!

 

… eh già…

Advertisements

8 MARZO 2013 – Cena e film

Venerdi 8/3, alle ore 19, ci troviamo alla Cooperativa Libertà e Lavoro per cenare insieme e poi andiamo al Punto Expo per il film offerto da Demetra Donne.

Siamo già in tanti, chi vuole aggregarsi chiami al più presto in cooperativa per prenotarsi: tel. 02 4451151.

film marzo 2013

 

Il demone della tempesta, portatore di disgrazia, malattia e morte? E’ una donna, of course. Da distruggere.

Ragazzo1: ok alle kodak però strappi il rullino, a loro cosa facciamo, strappiamo le ovaie?

Ragazzo 2: ahahah no, pensavo più a divertirti e quando ti sei scocciato le lasci legate al guardrail sull’A4, cose del genere

Ragazzo 1: beh ma così non c’è gusto…meglio farlo a sorpresa..”amore ti porto a Como” e dopo 20 km apri la portiera in corsa, lasci l’acceleratore per darle un calcio laterale e farla andare in terza corsia… in fondo a loro sono sempre piaciute le sorprese.

Ragazza: i tipi sono usa e getta, come i fazzoletti

Ragazzo 1: ahahahahah sto male! Alla ragazza:  ahaha siete brave in questo

Ragazza: anche voi siete molto bravi…ci compensiamo a vicenda

Ragazzo 1: eh ma voi lo fate con “classe”, siete attrici hollywoodiane!

Ragazzo 2: la donna è opportunista!

Questo dialogo, che mi è capitato di leggere su Facebook, non è l’invenzione di qualche autore di crime fiction, ma è fin troppo reale,  ne ho salvato lo screenshot e ho ottenuto dagli autori il permesso di utilizzarlo, nell’anonimato.

Gli autori sono quelli che chiameremmo ragazzi normali, dai quali l’unico comportamento deviante prevedibile è forse un’infrazione per eccesso di velocità. La ragione per cui cito quello che è uno degli  esempi di violenza verbale nel denso magma di odio che circola sul web, e fuori, è proprio per focalizzare l’attenzione su 2 aspetti:

Il primo aspetto è l’enormità del fenomeno, che va dalle battute misogine da cortile di liceo, ai post lividi di odio dei blog, dalla propaganda martellante di certe sospette associazioni di padri separati o anti-femministi, a certe affermazioni sconcertanti sulle – sempre più illeggibili – riviste femminili.  Forse il peggiore è il blog dell’ormai famigerato Claudio Risè (Leiweb, un altro off-shoot del Corriere)  anche per il tono di scientificità… Anche se non raggiungono la potenza del mezzo televisivo in termini di diffusione, i nuovi canali di comunicazione sono il nuovo veicolo dell’odio misogino.

Sul sito antifemminista SCUNF si legge:

“Ma le nazi-femministe sanno benissimo che stanno devastando dei bambini, e distruggere la famiglia è il loro scopo.  Il nocciolo duro del (nazi)femminismo sono femministe talmente accecate dall’odio contro gli uomini da diventare lesbiche. È inutile discuterci: vanno combattute.[…] Il (nazi)femminismo è ormai una associazione a delinquere, che deve essere combattuta così come si combatte la mafia.  Queste pedo-criminali manipolatrici hanno contagiato le istituzioni…”

La profondità di questo odio ci racconta della paura dello schiavo di perdere l’unica àncora che gli impedisce di sentirsi totalmente sopraffatto dal potere, di perdere l’unico essere che ancora possa dominare, la cui obbedienza e sottomissione preservano al suo mondo una parvenza di ordine. Quando la donna non è più disposta a sostenere questo ruolo si scatenano i deliri, di cui riporto solo alcune delle inesauribili proposte della rete.

Inoltre:

La femminista è un aborto che cammina, abortita allo stadio genetico (!) Essere femminista è essere deficiente, emozionalmente limitata: il femminismo è una malattia di deficienza e le femministe sono storpie emotive.

Questi blog hanno una circolazione elevata, le pagine collegate a facebook registrano migliaia di contatti e di “mi piace”.

Ma anche in luoghi insospettabili come il blog delle giornaliste del Corriere  “La 27esima ora”,  si nasconde il pregiudizio misogino, spacciato per equità. Questo il linguaggio del titolo di un post del 20 febbraio 2012, scritto da una giornalista: “Mi vergogno delle donne (giovani) senza figli che chiedono il mantenimento all’ex”  post che ha ottenuto quasi 300 commenti – quelli maschili particolarmente virulenti – nonostante questo fatto statistico sia marginale, ma si ritaglia una visibilità più alta rispetto all’enorme problema dell’impoverimento delle donne separate con figli a carico. Di nuovo il linguaggio che ci colpevolizza, questa volta per la nuova emergenza dei padri separati, che è un dato distorto come dice chiaramente l’Istat (Nel 2008  solo il 24,4% degli uomini separati, divorziati o riconiugati ha versato regolarmente denaro per l’ex coniuge o per i figli, percentuale che sale al 36% se al momento della separazione erano presenti figli minori.
I versamenti sono stati effettuati per l’ex coniuge nell’8,5% dei casi e per figli nel 15,9%; quest’ultima percentuale sale al 26,4% se al momento della separazione erano presenti figli minori.)
Cifre che parlano da sole, ma evidentemente non scalfiscono il pregiudizio.

L’altro aspetto è la questione del supporto, del sostentamento, che le parole offrono alle azioni violente contro le donne, azioni violente che si alimentano di parole violente. Parole di derisione, di svalorizzazione nelle pubblicità, nelle battute, parole di disprezzo verso giovani donne preda, più o meno consapevolmente, dei potenti di turno, pronunciate spesso da altre donne che si prestano, assurdamente,  al gioco della divisione fra donne per bene e donne per male. Perfino mancanza di parole, quando in cronaca appare l’ennesima violenza ad una donna e la vittima scompare quasi subito dai radar mediatici, mentre, invariabilmente, significativamente, i riflettori si spostano sull’aggressore, che diventa “il” personaggio della tragedia, il soggetto dell’articolo, e di cui vengono descritti minuziosamente i deliri, le problematiche, valutate le istanze e le inevitabili scusanti. La vittima della violenza di genere esce di scena tanto in fretta che nel lettore fatica a scattare quel sentimento di compassione e solidarietà così comune in ogni altro caso di aggressione.

Cito un titolo a caso: “FOLLE DI GELOSIA STRANGOLA LA MOGLIE DOPO UN LITIGIO (il soggetto del titolo non è mai la vittima, bensì il carnefice) Dal giornale L’Arena di Verona, anche l’articolo si concentra subito sull’omicida:

“L’ha uccisa perché non voleva perderla. L’ha uccisa perché era geloso e perché lui non voleva che il loro matrimonio finisse o che ci fosse qualcun altro fra loro. L’ha strangolata con un foulard in camera da letto…”

Tornerà, la vittima, alla ribalta solo nel caso in cui sarà possibile sfruttarne il potenziale pruriginoso (…sopra quel letto in cui per anni si sono accoccolati…) che anzi più gli indizi sulla sua moralità sono vaghi e incerti più parole si possono vendere. (In Tv, il legale del militare accusato di stupro e tentato omicidio dell’Aquila dice: la ragazza  dovrà spiegare il perché e il motivo per il quale è uscita fuori dal locale con il freddo e la neve insieme al suo giovane coetaneo”. Dal Mattino online: le prime 7 righe con i nomi dei presunti stupratori, la vittima citata solo all’ottava riga, così: …dove sarebbe stato commesso lo stupro di una studentessa…  Su un totale di 27 righe non una parola per la vittima, nominata ancora di sfuggita alla riga 19 con l’espressione “conobbe e rimorchiò la studentessa”.

Questi sono solo 2 dei 1000 esempi di sparizione simbolica della vittima dai racconti sulla stampa.

Questa battaglia, questa lotta per l’emancipazione dal bisogno, dalla tutela opprimente, per l’affermazione di sé, per il rispetto sociale, si pensava che fosse già combattuta, e vinta;  che morte e ferite avessero già compiuto il proprio sacrificio per le future generazioni. E invece, regolarmente, ciclicamente, torniamo al punto di partenza, condannate a soffrire, ancora e ancora a causa di una rivoluzione mai  veramente portata a termine, forse in parte tradita. Per citare Adrienne Rich “la sparizione del passato storico e politico delle donne fa si che ogni generazione di femministe sembri essere un’escrescenza anormale della storia”. Questo succede appunto quando le nostre storie, e dunque la storia, vengono negate, manipolate e stravolte. Al punto che dichiararsi femminista oggi è ritenuto imbarazzante.

Alla luce dei fatti, penso che sia ora di abbandonare lo stupore indignato, l’incredulità dell’innocenza,  l’impotenza del vittimismo. E’ ora che ci sporchiamo le mani, noi donne, che alla recriminazione sostituiamo l’azione. Delegare tutta la gestione del sociale ma soprattutto del politico, senza voce in capitolo se non quella del lamento, significa accettare di vivere sotto tutela. Magari è riposante.  Ma come vediamo ogni giorno è una scelta mortifera.

Dobbiamo vigilare, denunciare e stroncare questi perversi meccanismi affinchè il clima di disprezzo e odio intorno a noi si prosciughi, anche attraverso un’alleanza al di là del genere e delle fittizie suddivisioni in categorie umane. Chiediamo una presa di coscienza da parte degli uomini che con noi stanno compiendo un cammino umano e politico, e da parte loro forti prese di posizione rispetto alla vergognosa tragedia delle uccisioni di donne nel nostro paese. Dissociatevi apertamente da certe storture ideologiche, fatevi sentire. Il privato è ancora e sempre politico.

 

 

 

9 MARZO 2012 – SERATA DEDICATA ALLA DONNA CHE LAVORA

Rassegna  Cinematografica   al    Femminile

VOGLIAMO IL PANE MA ANCHE LE ROSE

IN OCCASIONE DELLA GIORNATA DELLA DONNA

 DEMETRA   DONNE

Associazione contro la violenza di genere

vi   invita   alla   proiezione   del   film

MI  PIACE  LAVORARE

Regia di FRANCESCA COMENCINI

Un’azienda, quella nella quale chiunque di noi potrebbe lavorare. Una fusione e il padrone viene sostituito da una sorta di grande fratello che controlla, dispone, organizza, muove uomini e donne a suo piacimento sullo scacchiere operativo alla ricerca del miglior profitto. E così capita che giorno dopo giorno, alla inconsapevole contabile vengono tolte dignità e speranze, tramite un continuo, spossante, cambiamento di mansioni e piccole meschinità che minano l’autostima di quella che appare agli spettatori una vera e propria vittima sacrificale, carne da macello da immolare al Dio della competitività

 VENERDI   9  MARZO  2012

ORE   20.45

Presso Punto EXPO

Via Vittorio Veneto n°30

Trezzano sul Naviglio

SEGUIRA’ PICCOLO RINFRESCO

MOOLAADE

BELLISSIMO. SE QUALCUNO POTESSE TRADURRE DAL BAMBARA…

Un film del regista senegalese Ousmane Sembene: PROTEZIONE

Grande finale (con traduzione in italiano)

“IO SONO E SARO’ SEMPRE UNA BILAKORO” “donna non purificata”

Ousmane Semene : Moolaadé (2000) / Long métrage
Dans un village africain, il est le temps du rituel ancestral de l’excision, considéré comme une purification des femmes. Collé Ardo, seconde épouse de Bathily, un notable du village a, sept ans auparavant, refusé de faire exciser sa fille. Ce matin-là, quatre fillettes se prosternent à ses pieds : elles ont échappé aux exciseuses et lui demandent protection. Celle-ci accepte et leur accorde ainsi le Moolaadé, un droit d’asile qui peut entraîner la malédiction sur quiconque le violera. Pour le proclamer, elle tend quelques fils de couleur à travers l’entrée de sa cour. Dans le village, le conseil des hommes est révolté : Collé remet en cause leur position et une somme de traditions ancestrales.
Deux des enfants qui ont refusé l’excision ont préféré fuir le village plutôt que de se réfugier chez Collé. On apprend bientôt qu’elles se sont jetées dans le puits plutôt que d’être reprises. Le chef ordonne que l’on comble le puits.
Refusant de plier, Collé ne faiblit toujours pas et compte bien tout faire pour éradiquer la barbarie que représente l’excision. Pour que les femmes retournent à leur ancienne servitude, les hommes du village les privent de leurs postes de radio, par lesquels elles ont appris que le grand imam de la mosquée Al Ahzar condamnait l’excision.

Sembène a récolté pour Moolaadé une série de récompenses en 2004 : prix du meilleur film étranger décerné par la critique américaine, prix Un Certain Regard à Cannes, prix spécial du jury au festival international de Marrakech entre autres.

Distribution : Collé Ardo Gallo Sy (Fatoumata Coulibaly), Hadjatou (Maïmouna Hélène Diarra), Amsatou (Salimata Traoré), Alima Ba (Aminata Dao), Mercenaire (Dominique T. Zeida), L’exciseuse (Mah Compaore), Ciré Bathily (Rasmané Ouedraogo) , Amath Bathily (Ousmane Konaté), Abdou (Bakaramoto Sanogo), Dugutigi (Joseph Traore)

 

Per gli ingannati, accusati, abusati, imprigionati…

CHIMES OF FREEDOM – Bob Dylan

Far between sundown’s finish and midnight’s broken toll
We ducked inside the doorway, thunder crashing
As majestic bells of bolts, struck shadows in the sounds
Seeming to be the chimes of freedom flashing

Flashing for the warriors, whose strength is not to fight
Flashing for the refugees on the unarmed road of flight
And for each and every underdog soldier in the night
We gazed upon the chimes of freedom flashing

Even though a cloud’s white curtain in a far off corner flashed
And the hypnotic splattered mist was slowly lifting
Electric light still struck like arrows, fired but for the ones
Condemned to drift or else be kept from drifting

Tolling for the searching ones, on their speechless seeking trail,
For the lonesome hearted lovers, with too personal a tale
And for each unharmful gentle soul misplaced inside a jail
And we gazed upon the chimes of freedom flashing

Starry eyed and laughing, as I recall when we were caught
Trapped by no track of hours for they hanged suspended
And we listened one last time, and we watched with one last look
Spellbound and swallowed till the tolling ended

Tolling for the aching ones whose wounds cannot be nursed
For the countless confused, accused, misused, strung-out ones and worse
And for every hung-up person in the whole wide universe
We gazed upon the chimes of freedom flashing

E’ tempo di diritti